Carta d’identità dell’Ordine Ospedaliero
L'assistenza ai malati e ai bisognosi
secondo lo stile di San Giovanni di Dio
Roma, 8 marzo 2000
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PRESENTAZIONE
Ho l’onore e il piacere di presentarvi il documento “La
Carta d’Identità dell’Ordine”. Abbiamo voluto che fosse un documento capace di
affrontare tutti i punti necessari per illuminare l’ospitalità che siamo
chiamati a realizzare oggi come Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio in
prospettiva del Terzo Millennio per continuare ad incarnare il profetismo di
San Giovanni di Dio.
Il documento era previsto dal
Piano del Governo Generale per il Sessennio. Per la sua elaborazione sono stati
nominati tre diversi gruppi di lavoro che si sono riuniti in due occasioni a
Roma e che a loro volta hanno nominato al loro interno una commissione
ristretta che ha elaborato in diversi passaggi con i suggerimenti e le proposte
dei tre gruppi il testo che ora tenete nelle vostre mani.
Il Piano del Governo Generale per
il Sessennio prevedeva una serie di attività di accompagnamento alla “Carta
d’Identità” che tuttavia non si sono potute realizzare perché non è stato
possibile elaborare il testo nei tempi previsti.
Il Consiglio Generale ha ritenuto
opportuno che, invece di realizzare un nuovo documento apposito per il Capitolo
Generale, le Comunità e gruppi scelti di collaboratori studiassero nel corso
1999-2000, sulla base degli orientamenti dati dalla Commissione Preparatoria
del Capitolo, la Carta d’Identità. Le conclusioni di questo studio dovrebbero
servire per preparare il programma da discutere ed approvare nel LXV Capitolo
Generale per il prossimo sessennio.
Questa idea è stata condivisa sia
dai membri della Commissione che ha elaborato il testo, sia dai Superiori
Maggiori dell’Ordine nella riunione svoltasi a Roma dal 30 novembre al 4
dicembre 1998.
Il documento affronta diversi
capitoli importanti per la nostra missione:
-
il tema dell’ospitalità che viene sviluppato in un quadro
filosofico e teologico-biblico per illuminare i tratti fondamentali di San Giovanni
di Dio e della tradizione dell’Ordine giungendo a delineare i principi con i
quali desideriamo realizzare la nostra ospitalità oggi;
-
la dimensione etica dell’essere umano e dell’assistenza. A
questo proposito vengono descritti i principi generali su cui si fonda la
nostra etica e le situazioni concrete a cui, trasformandoci in ospitalità
vissuta, siamo chiamati a rispondere nello stile di San Giovanni di Dio;
-
il tema della cultura dell’ospitalità che ci richiama con
forza all’importanza della formazione e della ricerca per rispondere alle sfide
del terzo Millennio;
-
la necessità di realizzare nelle nostre strutture una gestione
carismatica. Dobbiamo applicare le regole del moderno management, ma dobbiamo
farlo in maniera carismatica, vale a dire con i valori qualificanti che il
seguimento di Cristo e di Giovanni di Dio apportano alla gestione, ancorati
alla dottrina sociale della Chiesa.
Procedendo in questa maniera pensiamo di uscire dal
Capitolo Generale con un programma pratico che ci aiuterà a vivere nel prossimo
sessennio rispondendo alle esigenze del nostro carisma nel XXI secolo.
Diamo a conoscere questo
documento ufficialmente nel giorno di San Giovanni di Dio, nell’Anno Giubilare,
nel giorno della riconciliazione per sottolineare la sua importanza per vivere
oggi l’ospitalità.
Che San Giovanni di Dio ci aiuti
a riconciliare il nostro essere affinché siamo capaci di trasmettere la
riconciliazione con il nostro essere ospitalità.
Fra Pascual Piles
Priore Generale
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1. PRINCIPI, CARISMA E MISSIONE
DELL'ORDINE OSPEDALIERO DI SAN GIOVANNI DI
DIO
1.1. Progettando il futuro sulla base dei nostri principi
L’umanità si affaccia al XXI
secolo piena di timori e di speranze. Abbiamo raggiunto progressi
impressionanti nella comprensione e nel controllo del nostro mondo che oggi
appare ai nostri occhi come un grande villaggio – il “villaggio globale”. Nello
stesso tempo persistono o si intensificano sofferenze individuali e collettive
provocate dalle guerre, dall’egoismo di classe o di gruppo e dalla limitazione
della natura umana che ci rimanda alla presenza permanente del dolore,
dell’infermità e della morte.
L’Ordine
Ospedaliero di San Giovanni di Dio fa parte di questo “villaggio globale”.
Siamo 1.500 Confratelli, 40.000 collaboratori, tra impiegati e volontari, e
circa 300.000 benefattori-sostenitori. Siamo presenti nei cinque continenti in
46 nazioni, con 21 Provincie religiose, 1 Viceprovincia, 6 Delegazioni Generali
e 5 Delegazioni Provinciali, e realizziamo il nostro apostolato a favore degli
infermi, dei poveri e di coloro che soffrono in 293 opere. Pur essendo membri
dello stesso corpo – l’Ordine – viviamo realtà molto diverse. C’è chi vive in
centri e società altamente tecnicizzate e chi in centri e società in via di
sviluppo; c’è chi vive in nazioni immerse in un clima di pace e chi invece in
paesi lacerati dalla guerra e dalla violenza o che vengono da un passato
caratterizzato dalla violenza; c’è chi si può esprimere in piena libertà nella
società in cui vive, e chi vede invece la sua libertà e i suoi diritti
fondamentali pesantemente limitati; c'è chi
si dedica all'apostolato propriamente ospedaliero e chi invece si trova
impegnato in temi sociali e settori dell'emarginazione; c'è chi ha come
missione quella di aiutare a vivere la persona e chi invece quella di garantire
alla persona di morire con dignità; a prescindere dal fatto che il lavoro di
noi tutti si ispira al progetto di un'assistenza integrale, ci sono sfumature
che ci orientano di volta in volta verso la salute fisica, la salute mentale,
il miglioramento delle condizioni di vita ecc.; infine c'è chi di noi vive nel
Nord e chi nel Sud, chi nell'Ovest e chi nell'Est. (1)
Alle soglie
del terzo millennio, uomini e donne di tutte le latitudini si interrogano sul
futuro della nostra società, delle nostre istituzioni, di noi stessi.
Analogamente tutti noi che rendiamo possibile l’opera dell’Ordine Ospedaliero
di San Giovanni di Dio nel mondo, ci interroghiamo sul futuro che l’Ordine sarà
capace di costruire nel prossimo millennio al servizio dell’uomo che soffre,
dell’uomo che si trova in una condizione di bisogno e che chiede il nostro
aiuto per ricostruire il suo progetto personale.
In alcuni
casi, nel momento in cui si progetta il futuro si può commettere l'errore di
mettere da parte il passato, non per cattiva volontà, semplicemente per
dimenticanza, per scarsa considerazione, per il desiderio di incarnare nuove
realtà. In altri casi, la necessità di profondo rinnovamento e di affrontare
situazioni di rottura, esige di mettere da parte impostazioni del passato
poiché i tempi nuovi esigono risposte nuove e si ritiene giusto liberarsi del
passato come di una zavorra per avere più libertà di costruire il futuro.
Bisogna
progettare il futuro fin da adesso tenendo conto di tutto il positivo del
passato: pensiamo sia questa la situazione in cui si trova l'Ordine Ospedaliero
che vuole progettare il suo futuro da una riflessione attualizzata dei suoi
principi e valori.
Probabilmente
vi saranno luoghi e forme di attuazione da parte dell'Ordine che esigono un
cambiamento e può essere che in alcune realtà questo mutamento debba essere
radicale se vogliamo essere presenti nel terzo millennio offrendo un servizio
alla popolazione e trasmettendo un messaggio che sia attuale. Per cui non vi é dubbio
alcuno che tutto l'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio dovrà fondarsi su
quei valori che hanno caratterizzato la nostra istituzione.
Questi valori
dovranno essere inculturati, attualizzati nel loro linguaggio, realizzati in
armonia con la diversità delle parti del mondo, poiché solo in questo modo
potranno essere conosciuti e accettati dalle persone che entrano in contatto
con le nostre opere.
Di seguito riportiamo il numero
43 degli Statuti Generali dell’Ordine nel quale sono specificati i seguenti
principi:
I
principi fondamentali che come conseguenza della loro identità confessionale
cattolica orientano e caratterizzano l'assistenza nelle nostre opere, sono:
·
avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell'ospedale o in qualsiasi
altra opera assistenziale, la persona assistita;
·
promuovere e difendere i diritti del malato e del
bisognoso, tenendo conto della loro dignità personale;
·
impegnarsi decisamente nella difesa e nella promozione
della vita umana;
·
riconoscere il diritto della persona assistita a
essere convenientemente informata del suo stato di salute;
·
osservare le esigenze del segreto professionale,
facendo in modo che siano rispettate anche da quanti avvicinano gli ammalati e
bisognosi;
·
difendere il diritto di morire con dignità nel rispetto
e nell’attenzione ai desideri giusti e alle necessità spirituali di coloro che
sono in punto di morte, coscienti che la vita umana ha un termine temporale ed
è chiamata alla sua pienezza in Cristo;
·
rispettare la libertà di coscienza delle persone che
assistiamo e dei nostri collaboratori, fermi nell'esigere che si accetti e si
rispetti l'identità dei nostri centri ospedalieri;
·
valorizzare e promuovere le qualità e la
professionalità dei nostri collaboratori, stimolandoli a partecipare
attivamente alla missione assistenziale e apostolica dell’Ordine; renderli
partecipi del processo decisionale nelle nostre opere in funzione delle loro
capacità ed ambiti di responsabilità;
·
rifiutare la ricerca di lucro, osservando ed
esigendo che non si ledano le norme economiche giuste. (2)
Riteniamo che noi confratelli e
collaboratori siamo il "capitale" più importante dell’Ordine per la
realizzazione della sua missione. Per questo, nelle nostre relazioni, ci
impegniamo a rispettare e a promuovere i principi della giustizia sociale. Noi
confratelli desideriamo condividere il nostro carisma con quanti si sentono
ispirati dallo spirito di San Giovanni di Dio.
Sempre che siano rispettati i
nostri principi, siamo aperti e promuoviamo la collaborazione con organismi sia
della Chiesa sia della società nel campo della nostra missione con
un’attenzione preferenziale per i settori sociali più abbandonati. (3)
Questi
principi sono radicati nel nostro Fondatore e si sono strutturati nel corso
degli anni con la riflessione e il bene fatto dai suoi successori. Nello stesso
modo anche noi, tenendo conto della tradizione, dobbiamo riflettere sulla
definizione della missione dell'Ordine Ospedaliero.
Il principio
chiave che guida l’opera di Giovanni di Dio è il suo desiderio di “fare il
bene, facendolo bene; vale a dire non limitarsi alla semplice assistenza,
dimenticando la qualità, ma coniugare la giustizia con la carità cristiana per
offrire ai malati e ai bisognosi un servizio efficiente e qualificato, sia a
livello scientifico che tecnico”. (4)
1.2. Il carisma dell’Ordine
Giovanni di Dio era un uomo carismatico: il suo modo di agire attirò
l’attenzione di quanti lo conobbero e la sua influenza si espanse da Granada ai
villaggi e alle città dell’Andalusia e della Castiglia. Questo suo “carisma”
trascendeva la sua persona: non si trattava solo di atteggiamenti e gesti umani
che, esprimendosi in amore verso i malati e i bisognosi, suscitavano
ammirazione e spingevano a collaborare con la sua opera.
In senso teologico, carisma è
ogni forma di presenza dello Spirito che arricchisce il credente e lo rende
capace di un servizio a favore degli altri. Il religioso si consacra a vivere
un carisma particolare, come dono ricevuto dallo Spirito, mediante la
coltivazione della grazia, l’incontro vitale con Dio e l’apertura e il servizio
all’umanità.
Il carisma dell’ospitalità, con
il quale Giovanni di Dio fu arricchito dallo Spirito Santo, s’incarnò in lui
come germe che ha continuato a vivere in uomini e donne che nell’arco della
storia hanno prolungato la presenza misericordiosa di Gesù di Nazaret, servendo
coloro che soffrono, secondo il suo stile.
Le Costituzioni del nostro Ordine
definiscono il Carisma così:
“In virtù di questo dono, siamo
consacrati dall’azione dello Spirito Santo, che ci rende partecipi, in modo
singolare, dell’amore misericordioso del Padre. Questa esperienza ci comunica
atteggiamenti di benevolenza e di donazione, ci rende capaci di compiere la
missione di annunciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammalati;
essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attraverso la nostra vita si
renda manifesto l’amore speciale del Padre verso i più deboli, che noi
cerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù”. (5)
Il Fatebenefratello si consacra e
vive in comunione con altri la chiamata ad esprimere lo stesso carisma. Ma
l’amore verso l’interno (comunione) deve esprimersi verso l’esterno
nell’esigenza di una missione che si intende come aiuto liberatorio a favore
dei restanti membri della Chiesa e, in generale, di tutte le persone bisognose.
Partecipano direttamente al
carisma di Giovanni di Dio, i Fatebenefratelli, consacrati nell’ospitalità; e a
modo di “irradiazione” dello stesso, sono partecipi del carisma anche i
collaboratori: “Coloro che conoscono Giovanni di Dio (...) sperimentano che
nella loro vita prende corpo una specie di luce che fa nascere in loro il
desiderio di vivere l’ospitalità, imitando l’esempio di Giovanni o dei suoi
Confratelli (...) I fedeli laici che si sentono chiamati a vivere l’ospitalità,
partecipano del carisma di Giovanni di Dio aprendosi alla spiritualità e alla
missione dei suoi confratelli e integrandola nella propria vocazione personale.
I livelli di questa
partecipazione sono ovviamente vari: così ci sono persone che si sentono
particolarmente legati all’Ordine attraverso la sua spiritualità; altri invece
vivono la partecipazione tramite il disimpegno della stessa missione. Ma quel
che conta è che il dono dell’ospitalità ricevuto da Giovanni di Dio instauri tra
confratelli e collaboratori un legame di comunicazione che sia per ambedue
impulso e stimolo a sviluppare la loro vocazione e a essere per il povero e il
bisognoso segno visibile dell’amore misericordioso di Dio verso gli uomini”. (6)
1.3. La missione dell’Ordine
Nel testo
delle Costituzioni dell'Ordine Ospedaliero, la missione viene definita così:
"Incoraggiati dal dono ricevuto ci
consacriamo a Dio e ci dedichiamo al servizio della Chiesa nell'assistenza agli
ammalati e ai bisognosi, con preferenza per i più poveri". (7)
Questa
impostazione generale, valida per tutto l'Ordine, deve poi concretizzarsi in
ogni sua opera. Partendo dalla
considerazione che ogni opera é specifica e cerca di dare risposta ai bisogni
di alcune persone, in un luogo e in un tempo concreto e se vogliamo che la
nostra missione sia EVANGELIZZARE IL MONDO DEL DOLORE E DELLA SOFFERENZA
ATTRAVERSO LA PROMOZIONE DELLE OPERE E DEGLI ORGANISMI SANITARI E/O SOCIALI CHE
PRESTANO UN'ASSISTENZA INTEGRALE ALLA PERSONA, ne consegue che in ogni concreta
realtà si dia risposta ai seguenti interrogativi:
·
Perché questo Centro?
·
A chi va diretto il nostro servizio?
·
Chi siamo quelli che lo realizziamo?
·
Quali sono le strutture più idonee?
Questo sarà
il cammino per poter concretizzare i principi che vogliamo promuovere e la
missione che vogliamo realizzare nella società.
Soltanto
quando incarniamo questi principi, cioè quando il nostro servizio all'uomo
malato e bisognoso in ogni regione di questo mondo verrà illuminato da questi
valori che stiamo indicando, soltanto allora avremo realizzato un'opera
dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.
Per questo un altro passo molto
importante sarà quello di descrivere in ogni Centro chi dovrà usufruirne,
l'uomo malato e bisognoso che stiamo curando. Oltre a dedicare la nostra
attenzione all’utente interno, dovremo includere nelle nostre riflessioni anche
l’utente esterno: non solo il malato, ma anche i suoi parenti e familiari.
Altrettanto si dovrà fare nei confronti della società e
dell'ambiente in cui ci troviamo, delle persone e delle strutture che
intrattengono rapporti col Centro.
I servizi che
il Centro presta devono costituire una realtà dinamica e in evoluzione, poiché
così é la nostra società e in continuo mutamento é l'uomo di cui abbiamo cura.
Per la riflessione:
Nei Centri e nelle Comunità:
1) Descrivi
segni che evidenzino come si sta vivendo il carisma, la missione e i principi
fondamentali dell’Ordine.
2) Descrivi
ciò che sta rendendo difficile od offuscando la messa in pratica del carisma, della
missione e dei principi fondamentali dell’Ordine.
3) Indica
le linee d’azione che possano garantire la messa in pratica del carisma, della
missione e dei principi fondamentali dell’Ordine.
4) Segnala
i segni che evidenzino i legami di comunione nell’ospitalità tra confratelli e
collaboratori.
5) Che
cosa è necessario fare per promuovere la crescita di questi legami di comunione
nell’ospitalità?
_____________________________________
NOTE DEL PRIMO CAPITOLO
(1) Cfr. PILES FERRANDO, Pascual,
Superiore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, Lettera Circolare per il Sessennio
1994-2000, Roma, 1994, N. 1.
(2) ORDINE OSPEDALIERO DI SAN
GIOVANNI DI DIO, Statuti Generali,
Roma, 1997, N° 43.
(3) Cfr. LXIII CAPITOLO GENERALE,
La Nuova Evangelizzazione e la Nuova
Ospitalità alle soglie del terzo millennio, Bogotá, 1994, # 5.6.3.
(4) ORDINE OSPEDALIERO - CURIA
GENERALIZIA, Fatebenefratelli e Collaboratori insieme per servire e promuovere
la vita, Roma, 1992, # 13
(5) Costituzioni, Roma, 1984, 2b.
(6) Fatebenefratelli e
Collaboratori insieme…, Op. Cit., Nn. 115-116
(7) Costituzioni, Roma, 1984, 3
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2.
FONDAMENTI BIBLICO-TEOLOGICI DELL'OSPITALITA'
2.1. L'approccio
filosofico e religioso alla sofferenza
2.1.1. L'uomo di fronte al
dolore
“Cos’è
l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado
ogni progresso continuano a sussistere? (...) Cosa ci sarà dopo questa vita?” (1)
La realtà
della sofferenza umana ha costituito un interrogativo fondamentale a cui i vari
sistemi filosofici e le fedi religiose hanno cercato di rispondere con varie
modalità senza però riuscire mai a sollevare del tutto il velo di mistero che
la avvolge.
Complessivamente
possiamo sintetizzare in cinque prospettive le risposte fondamentali a tale
inquietante domanda.
Una prima é
quella, per così dire magica o misterica che fa riferimento alla
radicale ineluttabilità e incomprensibilità del dolore. Spesso questo viene
fatto risalire a un mito di carattere "punitivo" da parte della
divinità o al sopravvento di divinità malefiche su altre benefiche. In ogni
caso tutto viene proiettato in una dimensione soprannaturale per cui
altrettanto soprannaturali possono essere i rimedi in grado di liberare l'uomo
dalla sofferenza (stregoni, sciamani, riti esorcistici, ecc.). Tale concezione
ancora persistente in alcune cosiddette "popolazioni primitive"
rimane tuttavia come substrato ancestrale in molte altre concezioni religiose.
Una seconda
risposta, che dall'antica filosofia epicurea ha attraversato la storia fino ad
arrivare all'edonismo individualista di questo secolo, potremmo chiamarla di negazione. Tutte le realtà dolorose
della vita costituiscono un limite alla conquista del piacere e pertanto é bene
non preoccuparsene, cercando di godere il tempo presente finché questo é
possibile. Si tratta di una vera e propria "rimozione" del dolore e
dell'angoscia che la sua presenza crea. In tale substrato culturale, peraltro,
affondano le loro radici tante forme di "disperazione" contemporanea
che, negando la realtà dolorosa arrivano poi a negare la stessa vita quando non
si riesce a sostenerne il peso esistenziale.
Un altro
atteggiamento, opposto a questo é quello che riscontriamo nella eroica accettazione del dolore. E' stato
sistematizzato filosoficamente dallo stoicismo tanto che l'aggettivo
"stoico" é diventato sinonimo di chi accetta, senza lamentarsi,
sofferenze di notevole entità. Tale coraggiosa accettazione subì una
particolare attrattiva per il cristianesimo, nella cui elaborazione teologica
introdusse elementi di derivazione stoica che ben sembravano integrarsi con
l'accettazione della Croce da parte di Gesù e con l'atteggiamento dei martiri.
In realtà tale contaminazione non fu del tutto positiva divenendo una delle
matrici di quella esaltazione pseudo-cristiana della sofferenza a cui é stato
dato il nome di "dolorismo" e da cui ancora stentiamo a liberarci.
Una quarta
modalità di approccio al dolore consiste nel suo annullamento mediante un cammino interiore che porta
progressivamente all'abbandono di ogni passione e di ogni sofferenza sia fisica
che psichica. Portato alla sua massima espressione dal Buddismo, esso si
riscontra in altre filosofie e religioni orientali che oggi esercitano il loro
fascino anche sul mondo occidentale. L'attenzione ai sofferenti é
particolarmente accentuata nella religione buddista che fa della
"compassione" uno dei sentimenti universali che avvicinano l'uomo
alla divinità anche se l'aiuto che al sofferente viene dato consiste nel
superare i desideri che ne sono all'origine più che nella "soluzione"
dei problemi, anche materiali, che possono esserne causa.
L'ultima
modalità, di cui parliamo più estesamente al paragrafo successivo, é quella che
riscontriamo nella sua più alta espressione nel Cristianesimo e che possiamo definire
della valorizzazione. Senza svelarne
del tutto il mistero e senza volerlo trasformare in una realtà di per sé
positiva, il Cristianesimo offre delle "ragioni" al dolore
trasformandone l'assurdità in possibile strumento di bene per sé e per gli
altri. Una tale processo é possibile riscontrarlo anche come semplice
sublimazione psicologica dell'individuo qualora questi trovi una
razionalizzazione all'esperienza dolorosa o, addirittura, alcune compensazioni
comportamentali.
In ogni caso
e al di là di queste interpretazioni non possiamo trascurare una dimensione assolutamente personale della sofferenza
il cui significato sfugge a ogni generalizzazione avendo senso solo
nell'universo esistenziale di ogni singolo individuo. In questa prospettiva la
sofferenza diventa un elemento biografico il cui più profondo mistero non potrà
essere mai svelato né ricondotto a una desiderata razionalità.
2.1.2. La sofferenza e i sofferenti nel
Cristianesimo
Nella visione
ebraico-cristiana il dolore, così come il male di cui é espressione, non
appartiene al progetto originario della Creazione, cioè in altri termini non
proviene da Dio. Quindi, a differenza di altre religioni, non vi è una divinità
del male alla sua origine. Il dolore, e il male di cui questo é espressione, appartiene
alla condizione umana ma al tempo stesso esprime il mistero di una realtà che
Dio non vuole, di cui non gode e che attende solo di essere redenta. Realtà
negativa, "assenza" più che presenza, come già intuiva S. Agostino.
Per far questo la Sacra Scrittura ricorre all'immagine
mitica di una condizione umana esente da ogni sofferenza e in cui il dolore
entra perché l’uomo trasgredisce un comando di Dio, cioè in realtà ci si
allontana dal suo amore. L'immagine del serpente si fa simbolo dell'idolatria
cioè del non "fidarsi di Dio" per preferirgli una realtà creata
facendone la propria divinità.
Per molti
secoli questa connessione "ontologica" tra colpa e sofferenza come
sua punizione venne intesa da Israele in senso "personale", vedendo
in ogni singolo dolore la punizione per un peccato (mentalità spesso
persistente ancor oggi). Non solo ma, evidenziando il paradosso della
"felicità dell'empio" e della "sofferenza del giusto" i
sapienti di Israele ritennero che l'empio sarebbe stato punito nella sua
discendenza e il giusto stesse espiando colpe dei suoi padri.
Il primo
drammatico grido contro questa visione del problema é contenuto nel libro di
Giobbe. Con una sensibilità che ancor oggi sorprende per la sua modernità,
Giobbe si ribella contro una tale concezione del dolore e chiede conto a Dio
del perché un "giusto" come lui debba soffrire in modo sproporzionato
alle sue possibili colpe. La risposta di Dio, tuttavia, non é esplicita ma si
realizza fondamentalmente nell'invito ad accogliere il mistero senza pretendere
di volerlo spiegare e senza rinunziare alla fede in un Dio che vuole solo il
bene dei suoi figli.
Questa grande
tipologia del "giusto sofferente" si ripresenta solennemente nella
figura del "servo sofferente di Jhwh", un personaggio in cui la
successiva tradizione ha identificato l'immagine di Cristo che si
"addossa" le sofferenze del popolo liberandolo così dalle stesse.
Tale "espiazione vicaria" densamente identificata da Paolo in Rm 3,
25 più che come "punizione" di un uomo solo al posto di tutto il
popolo, va intesa nel senso degli antichi sacrifici di espiazione mediante cui
l'olocausto della vittima diventava strumento del perdono di Dio. Il sacrificio
di Cristo e, in virtù del suo corpo mistico, il dolore dei credenti (ma secondo
la prospettiva di Rm 8, 19 ed Ef 1, 7-10, anche del mondo intero) diventa così
strumento del perdono di Dio.
2.1.3 Il messaggio di liberazione evangelico
La dimensione
soggettiva di liberazione, per cui Gesù Cristo nella sua carne libera l'uomo
dal peccato e, quindi, da ogni sua conseguenza, acquista anche un risvolto
pratico nelle opere da lui praticate. Le guarigioni dei malati, l'accoglienza
all'emarginato, la difesa del povero costituiscono parte essenziale della sua
missione. Anzi la sua azione in favore dei poveri e degli ultimi é persino
segno specifico della sua messianicità (cfr. Mt 11, 3-5). Viene così pienamente
recuperata la forza dell'integrale liberazione dell'uomo da parte di Dio di cui
l'Esodo era già stata esperienza storica e testimonianza simbolica.
L'atteggiamento
di Gesù nei confronti del malato é non solo significativo ma per noi anche
esemplare. Egli partecipa profondamente alla vicenda esistenziale sua o dei
suoi familiari ( Cf. Mt 14,14; 15, 32; Lc 7, 13; Gv 11, 36); non contesta né critica
né biasima la sua volontà di guarire; spesso prende per primo l'iniziativa (Cf.
Mc 10, 49; Lc 8, 49; Gv 5,6); nega qualunque connessione tra peccato
individuale e malattia attuale (Cf. Gv 9, 1-3); sana tutto l'uomo malato (Cf.
Mt 9, 1-7). La sua opera cioè non si limita a un semplice gesto taumaturgico ma
ha di mira il bene integrale dell'uomo, la sua salus e non solo la sanitas.
La cura del
bisognoso si carica così di molteplici significati divenendo innanzitutto un
nuovo segno dell'alleanza tra l'uomo e Dio. Il patto tra il Creatore e il
Creato viene ad essere riproposto dall'amore di Dio "ri-sanante" il
povero, il malato, l'escluso che investito da tale amore torna a vivere.
Nell'affidare ai christifideles la
continuità di tale cura troviamo così il fondamento "carismatico"
dell'ospitalità sulle cui radici biblico-teologiche é opportuna una più
organica riflessione.
2.2.
L'ospitalità
nell'Antico Testamento
2.2.1. Il
Dio Ospitalità
Oggi,
parlando di ospitalità, siamo soliti riferirci all’accoglienza che offriamo a
un'altra persona nella nostra casa. Ma volendo risalire al più profondo senso
teologico di tale atteggiamento umano si deve innanzitutto cogliere la
dimensione ontologica dell'ospitalità.
Non dovrebbe
ritenersi ardito vedere nella stessa realtà trinitaria la più profonda radice
di una vita divina che si fa ospitalità. Ospitalità del Padre che "fa
spazio" nella sua essenza, fin dall'eternità, per generare il Figlio ma
anche ospitalità del Figlio che in sé accoglie il dono generazionale del Padre.
Infine ospitalità dello Spirito che si fa reciprocità del dono paterno-filiale
e quindi identità personale di un amore accogliente.
Tale
dimensione trinitaria dell'ospitalità non riguarda solo l'essenza divina ma
anche la sua inabitazione nell'uomo che diventa soggetto ospitante la divinità
(cfr. Gv 13, 20). La stessa partecipazione eucaristica, nell'antico canone
latino, veniva assimilata all'ospitare Gesù sotto il proprio tetto mentre
l'esser "ospite dell'anima" diventa addirittura appellativo dello
Spirito. (2)
Sul piano
immanente, poi, la stessa Creazione si rivela quale frutto di questa
primordiale Ospitalità divina che nella sua essenza genera e al tempo stesso
accoglie un progetto che realizza al di fuori di sé. E' Ospitalità che, nel suo
porsi, intrappola l'eternità calandola nella dimensione storica e quindi fa del
tempo, ancor prima che dell'uomo, il suo ospite. Tuttavia é nella creazione
dell'uomo che Dio manifesta più compiutamente il suo essere Ospitalità facendo
largo nella sua creazione alla presenza e al dominio dell'uomo, anzi prima
ancora che nella sua creazione ospitandolo nella sua mente creatrice di cui
reca l'impronta.
E alla
Creazione fa seguito l'Alleanza, nelle sue molteplici espressioni variamente
simbolizzate dal racconto biblico. Proprio in quanto incontro tra Dio e l'uomo
l'alleanza di cui la Sacra Scrittura ci parla diventa incontro tra Dio e il suo
ospite ma anche tra l'uomo e il suo ospite divino. Se pur espressa da realtà
ontologicamente diverse, nell'alleanza l'ospitalità si fa reciprocità, dono
vicendevole. E tutte le volte che nella storia individuale o collettiva tale
alleanza viene infranta, il perdono divino e la conseguente riconciliazione con
l'uomo testimonia l'inesauribile risorsa di una accoglienza sempre nuova.
2.2.2. Il
concetto di ospitalità
Il contesto
culturale sottostante all'Antico Testamento é quello del mondo semitico segnato
da una tensione tra l'accoglienza dell'ospite e, al tempo stesso, un certo
sospetto nei suoi confronti come elemento di "minaccia" per
l'identità del popolo. Ciò che, in ogni caso, unifica l'atteggiamento di
Israele nei confronti dell'altro é il considerarlo come straniero. A tal riguardo vi sono almeno tre termini che
sottintendono distinti atteggiamenti. Il primo é zar e indica colui che appartiene a un'altra stirpe o tribù, chi é
estraneo al proprio paese, a volte anche il nemico (Dt 25, 5; Gb 15,19; Is
61,5; 25, 2.5). Il secondo ger che
indica lo straniero residente nel paese (gli Israeliti in Egitto o i Cananei in
Israele); il terzo é tosab che
designa lo straniero momentaneamente residente in un altro paese (Gn 23,4; Dt
14, 21). Tale molteplicità terminologica testimonia la diversità di
atteggiamento nei confronti dello straniero in rapporto alla specifica condizione
in cui questi veniva a trovarsi. In sintesi possiamo dire che Israele
distingueva tra popoli stranieri, stranieri insediati nel paese e stranieri
singoli di passaggio. Proprio nei confronti di questi ultimi veniva esercitata
l'ospitalità nella sua più alta forma. Basti pensare all'episodio narrato in Gn
19, 1-8 in cui Lot é disposto ad offrire le sue figlie agli uomini della città,
purché questi non tocchino gli ospiti. In realtà all'origine di questa
disparità di comportamento vi era forse una stessa finalità: quella di superare
la minaccia che lo straniero costitutiva per la propria comunità e la propria
identità, sia osteggiandolo e considerandolo nemico, sia circondandolo di
attenzione. D'altra parte troviamo una traccia di tale ambivalenza nelle tardive
riletture latine di tale concetto, con la comune radice del termine hospes (ospite) ed hostis (nemico).
Naturalmente
se questa era la più specifica e pertinente visione dell'ospitalità in seno ad
Israele non dobbiamo dimenticare quanto lo stesso Israele viveva e praticava
nei confronti dei suoi stessi concittadini. A rigor di termini quel
"prossimo" (il cui concetto verrà stravolto da Gesù) era proprio il
connazionale, il correligionario. Praticare l'ospitalità nei suoi confronti era
un dovere fondamentale proprio in quanto membro di quel popolo la cui identità
era non solo etnica ma anche e soprattutto religiosa. Nella comune elezione
Israele scopriva le esigenze di ospitalità nei confronti di tutte quelle
categorie di persone (basti pensare agli orfani e alle vedove) che ne avevano
bisogno.
2.2.3. Le motivazioni dell'ospitalità
L'ospitalità
nel contesto vetero-testamentario, così come in tutte le culture antiche, non
va intesa nei moderni termini di una semplice accoglienza all'ospite, cioè nel
fornirgli vitto e alloggio quanto piuttosto in una radicale
"inclusione" dell'ospite nell'ambito della propria cerchia di
interessi, nella sua tutela contro i nemici, nella sua protezione, nel suo
profondo rispetto esistenziale, nell'accudire alla sua persona per tutte le
possibili necessità.
Le ragioni di
una tale attenzione (in aggiunta a quelle per i connazionali sopra evidenziate)
sono varie. Innanzitutto ve n'è una di ordine culturale che Israele condivide con i popoli vicini. Si tratta
dell'idea che sotto le vesti dello straniero in cerca di ospitalità possa
nascondersi una divinità. Nella rielaborazione monoteistica le divinità si
trasformano in angeli. Ne é chiaro indizio Eb 13, 2: "non dimenticate l'ospitalità; alcuni nel praticarla hanno accolto
gli angeli senza saperlo".
Una seconda
motivazione é più specifica e fa chiaro riferimento alla storia di Israele. L' "arameo errante" che fu Abramo,
padre del popolo eletto visse da straniero e da straniero visse Israele in
terra d'Egitto. Dello straniero quindi Israele comprende benissimo la
condizione e sa quanto questi necessiti di ospitalità. Anzi qualora fosse
tentato di disprezzarlo, l'ammonimento della Sacra Scrittura é chiarissimo: "Il forestiero dimorante tra di voi lo
tratterete come colui che é nato fra di voi; tu l'amerai come te stesso perché
anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto" (Lv 19, 34; cfr.
pure Es 22,20; 23, 9).
Infine vi é
una motivazione religiosa (che verrà
poi sviluppata nel Nuovo Testamento) cioè l'esemplarità divina. E' Dio
Ospitalità, in primo luogo, ad accogliere lo straniero a chiedere di essere
ospitali con lui (cfr. Dt 10, 18), a volere che gli siano dati parte dei beni a
lui consacrati (cfr. Dt 26, 12).Il fatto che anche Israele si comporti così non
é che l'attuazione di una volontà di Dio, una delle vie di fedeltà alla Legge
(cfr. Lv 16, 29; 18, 26; 19, 10. 33).
2.2.4. I principali riferimenti
Tra gli
episodi più significativi ricordiamo la visita dei tre uomini ad Abramo presso
le querce di Mamre. E’ da notare come Abramo riconosca nell'ospite il suo
"Signore". Ancor prima di conoscere i motivi di tale visita e pur
nella molteplicità degli interlocutori egli coglie la "visita" di
Dio. Tutti i suoi gesti sono conseguenti e possono essere letti senz'altro in
una chiave apertamente teologica: si prostra a terra (culto), prepara
personalmente il vitello e il latte (offerta), crede alle parole dei tre uomini
(fede), li supplica di non distruggere Sodoma (orazione). Detto in altri
termini: l'ospitalità diventa occasione di incontro con Dio.
Esemplare e
pedagogico, negli intenti dell'autore sacro, é l'episodio della vedova di
Zarepta che non viene meno ai suoi doveri di ospitalità nei confronti di Elia
condividendo con lui l'ultimo boccone che rimaneva per sé e per il figlio. Non
solo ma proprio in virtù di tale ospitalità questi viene guarito dal profeta
(cfr. 1 Re 17, 20).Una situazione per certi versi analoga possiamo riscontrare
nel racconto relativo alla prostituta Raab che nasconde gli esploratori inviati
da Giosuè a Gerico ricevendone in cambio l'incolumità per sé e per la sua
famiglia (cfr. Gs 2, 1-12).Un rapporto tra vita della persona ospitante e
vita delle persone ospitate é possibile vedere anche nel libro di Tobia che
riferisce di aver dato la decima dei suoi averi agli orfani, alle vedove e agli
stranieri (cfr. Tb 1, 8): l'ospitalità, che é gesto di accoglienza per la vita
dell'altro, viene ricompensata col dono stesso della vita.
All'ospitalità
nei confronti di tutte le categorie di bisognosi invita poeticamente il libro
del Siracide: "Sii come un padre per
gli orfani e come un marito per la loro madre e sarai come un figlio
dell'Altissimo, ed egli ti amerà più di tua madre" (Sir 4,
10).L'ospitalità a cui la Sacra Scrittura ci chiama ci rende in qualche modo
"familiari" della persona ospitata e, al tempo stesso ci fa
sperimentare la tenerezza materna di
Dio. Non dimentichiamo la forte carica di femminilità insita nel concetto di
misericordia. Il termine ebraico rachamîn,
infatti, si ricollega etimologicamente alle viscere materne che si dilatano per
accogliere la nuova vita. Ospitalità e misericordia si trovano così unite in un
binomio che diventa icona del Dio misericordioso, "amante della vita"
(cfr. Sap 11, 26).
Proprio in
tale prospettiva si colloca l'ospitalità del malato cioè l'atteggiamento e i concreti gesti di accoglienza nei suoi
confronti. E' esemplare a tal riguardo la figura dell'arcangelo Raffaele che
proprio in quanto "medicina di Dio" é presenza accogliente oltre che
sanante. La sua figura diventa così metafora non solo della "risoluzione
medica" del problema, se così possiamo definirla, ma anche
dell'accompagnare il malato, l'emarginato, il moribondo, il povero la cui unica
medicina, a volte, é solo quella di una presenza amica.
Destinatario
di tale attitudine ospitale é persino il morto, come evidenzia il libro di
Tobia ponendola in stretta connessione con l'ospitalità tradizionalmente intesa
(Tb 2, 1-4). Tobi, infatti, invia il figlio a cercare un povero da invitare a
pranzo. Ma questi trova solo un connazionale morto, abbandonato sulla piazza.
Allora non ha esitazioni: lascia il suo pasto e va a seppellirlo. In un certo
senso questa diventa la sua condivisione conviviale col povero.
Infine non va
sottovalutato un racconto che include la dimensione dell'ospitalità addirittura
nell'ascendenza storica del Messia. E' la storia di Ruth, donna straniera che
accompagna la suocera Noemi nella sua terra d'origine finendo con lo sposare
Booz, nel cui campo di grano andrà a spigolare. Da questa unione nascerà il
nonno di David. Ad essere "premiati", divenendo antenati di Gesù,
saranno entrambi i coniugi perché reciproca é stata la loro ospitalità:
accoglienza di Booz alla donna straniera ma anche accoglienza di Ruth al paese
straniero per il quale lascia il proprio: l'ospitalità, quale dono di reciproca
accoglienza abbandona le proprie certezze per trovare nella novità
dell'incontro una nuova sicurezza.
2.2.5. L'ospitalità istituzionale
Una realtà di
particolare interesse é costituita dalla scelta di sei città "che serviranno di rifugio agli
Israeliti, al forestiero e all'ospite che soggiornerà in mezzo a voi, perché vi
si rifugi chiunque abbia ucciso qualcuno involontariamente" (Nm 35,
15). L'istituzione di tali città-rifugio
costituisce il momento in cui l'ospitalità da individuale e/o comunitaria si fa
strutturale. Non é più la persona
chiamata ad essere ospitalità né il popolo con gesti individuali ma l'intera
comunità che si fa "istituzione ospitante". La città diventa quasi
un'icona di ogni futuro organismo dedito interamente ad accogliere l'altro in
condizione di bisogno e dargli tutto
ciò di cui necessita, non solo un'ospitalità momentanea ma una
"città", cioè un intero sistema di coordinate biografiche in cui
possa tornare a vivere.
2.3. L'ospitalità
nel Nuovo Testamento
2.3.1. La prospettiva evangelica
Prima di
esaminare i concreti gesti di ospitalità da parte di Gesù si dovrebbe
riflettere sull'evento "ospitale" che sta alla base della stessa fede
cristiana cioè l'Incarnazione. Maria diventa la grande "ospite di
Dio" accogliendolo nel suo grembo mentre l'Emmanuele in quanto
"Dio-fra-noi" diventa il grande Ospite dell'intera umanità. Non a
caso dall'accoglienza di Maria, poeticamente espressa nell'Annunciazione,
scaturirà immediatamente un gesto squisitamente ospitale come la visita a
Elisabetta e la conseguente accoglienza alla madre di Gesù.
Ai contenuti
e alle motivazioni dell'ospitalità riscontrati nell'Antico Testamento il Nuovo
Testamento aggiunge l'innovativo apporto del messaggio e delle opere di Gesù.
L'accoglienza all'altro, soprattutto se bisognoso, acquista alla luce del
Vangelo una triplice prospettiva .
La prima le
deriva dall'identificazione di Cristo
stesso col povero (cfr. Mt 25, 31-45). Nell'accogliere il povero si
accoglie Cristo, per amare Cristo si deve amare il povero, ciò che viene fatto
(o non fatto) al povero viene fatto (o non fatto) a Cristo. E' una vera e
propria trasfigurazione del povero
in Cristo, non meno emblematica di quella che ci ricorda il celebre episodio
della vita di S. Giovanni di Dio. (3)
La seconda
prospettiva é quella del giudizio
escatologico. Esclusivamente basato sulla carità (e non sulla formale
osservanza dei comandamenti) questo trova nella ospitalità propriamente intesa
uno dei parametri di valutazione. Non solo ma, in una più ampia accezione del
termine, possiamo dire che l'ospitalità cioè l'accoglienza all'altro, il farne
oggetto delle proprie cure, sia l'anima di tutto il messaggio escatologico.
Infine il Dio
Ospitalità dell'Antico Testamento che difendeva il forestiero, l'orfano e la
vedova, si fa visibile in Cristo la
cui vita viene interamente spesa a servizio degli altri. Le sue parole così non
sono semplice esortazione ma prendono corpo nella sua stessa attività, che
diviene riferimento esemplare per tutti i cristiani. Sarebbe impossibile voler sintetizzare i gesti di ospitalità,
cioè di accoglienza all'altro da parte di Cristo. Ci limitiamo a ricordare
innanzitutto l'atteggiamento di benevolenza con cui incontra ogni malato, non
limitandosi a guarirne l'infermità ma abbracciandone l'intero universo
esistenziale. Tocca il lebbroso infrangendo il muro di segregazione che lo
emarginava, ridà la vista al cieco aprendo gli occhi a tutti sull'erronea
credenza circa un rapporto tra colpa individuale e malattia, resuscita il
figlio della vedova di Naim toccato dalla situazione di questa donna. E poi
ancora accoglie le prostitute e con esse le critiche dei benpensanti, si fa
ospite dei pubblicani condividendone la mensa, accetta l'ostilità del suo
popolo, il gesto dei suoi carnefici che
non esita a scusare, il tradimento o la pavidità dei suoi amici, l'abiezione
della Croce.
Cristo, in
sostanza, é il "grande ospitante della storia" e con lui sono
chiamati a confrontarsi tutti coloro che vogliono incamminarsi sulle vie
dell'ospitalità.
2.3.2 La philoxenìa
La
variabilità terminologica dell'Antico Testamento, anche se tradotta con
appropriati e diversificati vocaboli nel Nuovo, viene in qualche modo
"superata" da un termine specifico che designa in modo proprio
l'ospitalità: philoxenìa, cioè amore
per l'estraneo. Questo decisivo legame tra ospitalità e carità (philoxenìa e agàpe) é la specifica caratteristica che contraddistingue
l'ospitalità neotestamentaria.
Possiamo
dire, pertanto, che la philoxenìa
costituisca quasi un termine "tecnico" entrato nel vocabolario
cristiano per indicare una particolare attitudine di accoglienza nei confronti
dei fratelli in genere e di quelli più bisognosi in particolare. Non a caso
essa viene inclusa nelle "esemplificazioni" matteane della carità per
ciò che riguarda il già citato giudizio escatologico (Mt 25, 35); Paolo la pone
tra le esortazioni conseguenti all'esercizio della carità (Rm 12, 13); Pietro
fa lo stesso sottolineando il dovere della reciprocità (1Pt 4, 9); la lettera
agli Ebrei la ritiene inseparabile dalla philadelphìa,
cioè dall'amore per i fratelli. Tutti sono tenuti a praticarla ma al tempo
stesso é particolare prerogativa del vescovo (1Tm 3,2; 5,10; Tt 1,8).
In sostanza
la Sacra Scrittura lascia trasparire come quella che é una generica esigenza
della carità possa diventare specifica espressione carismatica da parte di
alcune persone a questo chiamate.
2.3.3. Ospitalità ed evangelizzazione
A parte
questa dimensione che correla strettamente ospitalità e carità vi é un'altra
peculiare motivazione neotestamentaria
per valorizzare questa virtù, cioè le esigenze dell'evangelizzazione. Nel
messaggio evangelico queste non sono mai scisse dal comando di curare: "curate i malati che vi si trovano e
dite loro: si é avvicinato a voi il regno di Dio" (Lc 10,9; cfr. Mt
10, 7-8). Un po' come nelle moderne "missioni popolari" le case dei
cristiani diventavano dei veri e propri "centri di ascolto". Tale
dovere di accoglienza é specificamente indicato in 3Gv 7-8: "poiché sono partiti nel nome di
Cristo, senza accettare nulla dai pagani noi abbiamo il dovere di accogliere
tali persone per cooperare alla diffusione della verità". Su tale
prassi abbiamo varie testimonianze neotestamentarie (Rm 16,4.23; Fil 22) e in
virtù di questa strategia di evangelizzazione si convertivano spesso intere
famiglie (cfr. At 16). L'ospitalità così si fa strumento di evangelizzazione,
sia nella prospettiva della testimonianza che della parola e le strutture di
ospitalità diventano per la comunità segno e luogo dell'annunzio di integrale
liberazione evangelica.
2.3.4. Il Buon Samaritano
Grande
parabola dell'ospitalità é quella del "Buon
Samaritano" in cui la successiva tradizione ecclesiale ha identificato
Cristo stesso e l'ideale del cristiano(4). E' significativo
innanzitutto il motivo da cui scaturisce tale racconto, cioè una richiesta
fatta a Gesù su cosa debba intendersi per prossimo.
Nella concezione ebraica del tempo,
infatti era ritenuto "prossimo" e quindi meritevole dell'amore di
Israele, solo il connazionale o la persona legata da particolari vincoli (di
sangue, di amicizia, ecc.). Gesù con un paradosso inaudito per indicare chi sia
"prossimo", cioè il più vicino, sceglie "il più lontano",
l'odiato nemico samaritano.
La parabola é
interessante anche perché offre spunti per una sorta di metodologia dell'ospitalità che può essere per noi di esemplare
attualità. Il samaritano innanzitutto antepone l'accoglienza nei confronti del
ferito al di sopra dei suoi personali interessi (si trovava in viaggio, si
ferma, ritarda i suoi impegni) e lo fa non conformandosi al comportamento degli
altri (non solo il sacerdote e il levita ma anche gli stessi samaritani). Cioè
compie quello che ritiene il suo dovere senza rifiutarsi di farlo perché
"tutti fanno così".
Poi cerca di
utilizzare al meglio le risorse di cui dispone. Fascia le ferite con bende improvvisate, le deterge e le medica
con gli unici rimedi che ha con sé, carica il ferito sul suo cavallo e cerca
per lui una più adeguata sistemazione.
Infine predispone una struttura assistenziale e, nel far
questo, coinvolge la comunità. L'albergatore diventa così prototipo di ogni
realtà sociale che, opportunamente sollecitata da chi ha ricevuto il carisma
dell'ospitalità si fa istituzione accogliente. Così il samaritano con sano
pragmatismo si preoccupa anche di reperire i fondi per l'assistenza
all'infermo, che sono poi i suoi soldi, cioè si fa tramite di una vera e
propria solidarietà sociale. La conclusione della parabola é il perenne invito
che si é fatto storia nella vita di S. Giovanni di Dio e di tutti coloro che
hanno ricevuto in dono il carisma dell'ospitalità: va’ e anche tu fa lo stesso.
Per la riflessione:
1) Illustra
con esempi gli approcci più comuni che vediamo tra noi (confratelli,
collaboratori ed assistiti) di fronte al dolore umano (cfr. 2.1.1).
2) Segnala
l’evoluzione progressiva dell’ospitalità tra Antico e Nuovo Testamento
(differenze, affinità, superamento di concetti ecc.).
_______________________________
NOTE DEL SECONDO CAPITOLO
(1) CONCILIO VATICANO II Costituzione Pastorale Gaudium et Spes,
n. 10, 1964.
(2) Cfr. Veni Sancte Spiritus.
(3) Tradizione che si riferisce
all’episodio in cui Giovanni di Dio lavò i piedi a un povero e questi si
trasfigurò nella persona di Gesù.
(4) Cfr.
GIOVANNI PAOLO II, Salvifici Doloris,
1984, Capitolo VII
* - - - *
3.
IL CARISMA DELL'OSPITALITÀ
IN S. GIOVANNI DI DIO E
NELL'ORDINE OSPEDALIERO
3.1. Il carisma dell'ospitalità in San
Giovanni di Dio
Carisma
dell'ospitalità viene inteso qui nel senso di un dono dato dallo Spirito in
ordine a una missione ecclesiale in favore dei poveri, malati e
bisognosi.Questo carisma e la relativa missione sono stati vissuti dal nostro
fondatore con uno stile proprio e così caratteristico che ha iniziato una
"cultura" ospedaliera originale e di grande vitalità. La
"cultura" ospedaliera juandediana costituisce un originale valore
profetico di rinnovamento nella Chiesa e nella società(1).
Per la
famiglia Ospedaliera deve continuare ad essere un lievito rivitalizzante dei
servizi dell'Ordine in tutto il mondo. Ne diamo le principali caratteristiche.
3.1.1. Ospitalità misericordiosa
L'ospitalità
juandediana é scaturita dall'esperienza cristiana della misericordia di Dio
verso il nostro fondatore che gli ha rivelato la sua condizione di peccatore e
la grande misericordia e amore di Dio che perdona gratuitamente e fa comunione
di vita con tutti i suoi figli. Questa esperienza costituisce la caratteristica
fondamentale e la sorgente da cui scaturì la ricchezza dell'ospitalità di San
Giovanni di Dio: "Se considerassimo
quanto é grande la misericordia di Dio non cesseremmo di fare il bene mentre
possiamo farlo". (2)
Siamo tentati
di considerare San Giovanni di Dio fondamentalmente misericordioso,
compassionevole, capace di comprendere, perdonare e aiutare e abbiamo ragione.
Però questa é una conseguenza della sua consapevolezza e del suo permanente
vissuto riguardo alla misericordia e al perdono di Dio e di Cristo verso di
lui. Egli vedeva la vita e le cose della vita come doni divini gratuiti della
misericordia divina:"Gesù Cristo usa
con noi tanta misericordia dandoci da mangiare, da bere, da vestire e tutte le
altre cose senza che le meritiamo". (3)
Il bene più
desiderato e chiesto dal nostro Fondatore durante la sua conversione é stato il
perdono e la misericordia divina come possiamo leggere nei capitoli VII, VIII e
IX del Castro. Ha sospirato e chiesto misericordia al Signore e ricevutala se
ne é fatto intermediario verso tutti i bisognosi.
L'ospitalità
misericordiosa di San Giovanni di Dio é senza dubbio ciò che colpisce di più il
lettore, attento alle sue straordinarie azioni in favore di tutte le categorie
di bisognosi e sofferenti.
Possiamo
affermare in modo assoluto che l'esperienza profonda dell'ospitalità
misericordiosa di Dio verso di lui lo ha trasformato in ospedaliero
misericordioso verso tutti senza eccezione e quasi, possiamo dire, senza
limiti. Nelle sue azioni non conosciamo limite di bisognosi né di sofferenti
che non abbia soccorso. La lista dei bisognosi di Granada e dei dintorni
soccorsi da San Giovanni di Dio che Castro riporta nel capitolo XII e quella
data dallo stesso Santo nella seconda lettera a Gutierre Lasso coincidono e
coprono quasi tutte le categorie esistenti nella Granada del suo tempo.
3.1.2. Ospitalità solidale
Questa
esperienza e rivelazione della misericordia di Dio verso di lui ha provocato
due risposte: una di kénosis (annichilimento)
(4) o umiliazione penitenziale ben visibile nelle fonti, e successivamente
una risposta di ospitalità misericordiosa verso tutti i bisognosi, sofferenti e
peccatori (5). F. de Castro ci racconta come Giovanni di Dio nel
giorno della sua conversione, da povero libraio si sia distaccato da tutto ciò
che aveva per farsi seguace di Gesù Cristo. Dice inoltre:
Andava sempre scalzo, sia in città che in
tutti i suoi viaggi, col scoperto e la barba e capelli tagliati col rasoio,
senza camicia, né altro vestito che un cappotto di ruvido panno cenerino e
calzoni di tela di lana. Camminava sempre a piedi, senza mai servirsi di alcuna
cavalcatura, anche nei viaggi, per quanto stanco fosse e malconci avesse i
piedi. Né, per quanto imperversassero intemperie di pioggia o neve, si coprì la
lesta dal giorno in cui cominciò a servire nostre Signore fino a quando lo
chiamò a sé. Eppure sentiva compassione delle più lievi sofferenze dei suoi
simili, e procurava di aiutarli, come se egli vivesse in molta agiatezza (6).
La sua prima casa ha avuto inizi molto poveri per
accogliere altri poveri come lui. Castro lo racconta in poche parole:
Deciso di procurare realmente il conforto e
il rimedio ai poveri, Giovanni di Dio parlò con alcune pie persone che durante
i suoi travagli l’avevano confortato e,
con il loro aiuto e il suo fervore, prese in affitto una casa alla pescheria
della città, perché era nei pressi di piazza Bibarrambla, da dove e da altre
parti raccoglieva i poveri abbandonati, infermi e storpi, che trovava; e comprò
alcune stuoie di giunco ed alcune coperte vecchie in cui potessero dormire, non
avendo ancora né danaro per far di più, né altra cura de prestar loro
(7).
Possiamo affermare che San Giovanni di Dio si è incarnato
nei poveri e negli infermi accogliendoli e curando i loro bisogni come uno di
loro. Li ha guariti pur nei suoi limiti con la ricchezze del carisma
d’ospitalità datogli da Dio. Mai ricusava di aiutare un bisognoso con tutto ciò
di cui poteva disporre nelle sua povertà.
3.1.3.. Ospitalità di comunione
Intermediario
tra ricchi e poveri, tra categorie di benestanti e bisognosi, tra potenti e
disprezzati, San Giovanni di Dio ha praticato l'ospitalità di comunione.
Con San
Giovanni di Dio la questua delle elemosine é diventata un patrimonio e una
ricchezza spirituale dell'Ordine di cui non si può fare a meno nonostante si
debbano adattare i suoi metodi ad ogni epoca e cultura. Bisogna considerarla
come circolazione di beni per la costruzione solidale e spirituale della
società.
Quando
gridava di notte per le vie: "fate
bene fratelli a voi stessi per amore di Dio" voleva inquietare e
provocare le coscienze a non dormire sopra le miserie dei propri fratelli,
chiedeva e dava in una dinamica di reciprocità.
Quando
scriveva lettere ringraziando per i doni ricevuti e raccontando il suo dolore
per le sofferenze dei miserabili che non poteva assistere da solo e quando
ricorreva a prestiti continui che faceva fatica a pagare, voleva costruire una
comunità di comunione in cui tutti si sentissero fratelli, amati, aiutati e
perdonati da Dio come lui stesso si sentiva. Sapeva che se tutti avessero
vissuto un'esperienza profonda della misericordia di Dio, come lui la viveva,
la Chiesa e la società sarebbero diventate veramente la famiglia dei figli di
Dio abitati dalla vita e dalla comunione divina superando le necessità dei bisognosi.
3.1.4. Ospitalità creativa
In una città
con quasi una decina di ospedali e case di poveri, diventa incredibile come la
sensibilità di Giovanni di Dio abbia scoperto tanti bisognosi e malati
abbandonati. E diventa anche sorprendente come sia riuscito ad aprirsi uno
spazio nuovo nel modo di praticare l'ospitalità. Egli ha anticipato quanti
avevano la responsabilità di camminare davanti a lui per risolvere i problemi
dei malati, dei poveri e dei bisognosi.
La sua
ospitalità era risposta a quelli che non la trovavano (abbandonati) e ai
bisogni nuovi a cui altri non erano ancora sensibilizzati (sofferenti a causa
di colpe, odio o vendette). San Giovanni di Dio vedeva ogni sofferenza, sia del
corpo che dello spirito(8).
3.1.5. Ospitalità integrale (olistica)
Possiamo
affermare che uno dei valori più caratteristici dell'ospitalità juandediana sia
l'integralità di cura diretta a tutta la persona sofferente, Per lui il malato
e il bisognoso non era solo un corpo ed un'anima, peccatore o peccatrice, un
vendicativo, un bugiardo o un indegno. Tutti erano persone, suoi fratelli e
sorelle, tutti degni di essere aiutati e perdonati da lui e dai suoi
collaboratori. E perché? Perché altrettanto fa Dio provvedendo ogni giorno ai
bisogni di tutti (9), perdonando e salvando (10). E
perché vederli soffrire senza aiuto gli "spezzava il cuore" (11).
L'ospitalità
di San Giovanni di Dio, diremmo oggi, era nello stesso tempo preventiva e di emergenza, curativa e riabilitativa, guariva i curabili e accompagnava gli incurabili.
Era ancora pedagogica e formativa per
gli orfani, per i bambini esposti e per le prostitute che aiutava a liberarsi
dalla colpa, a costruire e portare avanti un progetto di formazione e di
inserimento sociale. Nel suo ospedale offriva letto e cibo, legna e locali per
accogliere i pellegrini; medicine, infermieri, medici, cappellani e aiuti
spirituali per i malati. (12).
La pratica
ospedaliera di San Giovanni di Dio ci fa vedere che la storia cinese del pesce
e della canna é una falsa questione quando si interpreta come dilemma esclusivo
(o...o...). L'ospitalità per soccorrere i sofferenti e i bisognosi deve essere
sempre e....e....secondo le circostanze di luogo, di tempo e di persona.
3.1.6. Ospitalità riconciliante
San Giovanni
di Dio era comprensivo e trattava tutti, peccatori, oppressori e oppressi, come
Dio trattava lui: perdonava e aiutava, assisteva e guariva le ferite fisiche e
morali. Tante volte quelle morali e spirituali prima e come condizione per
ottenere l'armonia e la guarigione delle malattie del corpo.
In un mondo
così diviso e lacerato da tante ideologie, fondamentalismi, discriminazioni
etniche che generano odio, risentimento e desiderio di vendetta, la capacità di
San Giovanni di Dio di perdonare, riconciliare e costruire ponti di fraternità
merita di essere studiata e vissuta da tutti noi nella Famiglia Ospedaliera.
Tra tutti, tra i suoi assistiti e i suoi collaboratori, egli era un profondo
guaritore di ferite, tensioni e conflitti.
Come Cristo,
anch'egli guariva con le sue piaghe. I suoi biografi fanno notare come fosse
stato ferito dalla separazione dai suoi genitori, dalla solitudine, dalle
frustrazioni della vita militare ma principalmente dalle sue colpe, dalle
ingiurie subite, e dalla sofferenza per i tanti debiti fatti per aiutare i
poveri e i malati, suoi fratelli. Queste esperienze di ferite esistenziali ne
facevano anche un ospedaliero specializzato nel sanare e riconciliare i nemici
tra loro e farli suoi collaboratori come avvenne con Antón Martín e tanti
altri.
Alla sua
benefattrice, Duchessa di Sessa, diceva come si curasse con le ferite di Cristo
crocifisso e la consigliava a fare altrettanto:
"Quando mi trovo afflitto non trovo
rimedio o consolazione migliore che guardare Gesù Crocifisso (13).
"Ricorrete alla passione di Gesù Cristo
nostro Signore e...sentirete grande consolazione" (14).
Fu così che
riuscì a portare Antón Martín a perdonare e riconciliarsi con Pedro Velasco e
conquistarli ambedue a divenire collaboratori diretti della sua ospitalità,
come primi fratelli.
Ed era con la
passione di Cristo, i venerdì, che guariva le ferite della prostituzione a
tante donne distrutte da quel genere di vita. Per il suo carisma di ospitalità
misericordiosa perdonò alla donna strappata da lui alla prostituzione che lo
ingiuriava: "Prima o poi ti devo
perdonarti, perciò ti perdono subito (15). Così la convertì una
seconda volta come lei stessa testimonia ai funerali del santo.
Quando lo
accusano all'arcivescovo di accogliere persone indegne nella sua "Casa di
Dio", si dichiara l'unico indegno e che "come Dio tollera i cattivi e i buoni ed ogni giorno fa sorgere sopra di
tutti il suo sole, non é ragionevole scacciare gli abbandonati e gli afflitti
dalla propria casa" (16).
3.1.7.
Ospitalità generatrice di volontariato e collaboratori
L'amore
misericordioso senza frontiere di San Giovanni di Dio aveva una vitalità così
forte che generava amore, carità cristiana e collaborazione; era ospitalità
irradiante, carisma sempre più partecipato.
Questa forza
carismatica ricevuta da Dio a cui San Giovanni di Dio é stato radicalmente
fedele ha fatto del Santo un fuoco di irradiazione ospedaliera a vari livelli
di solidarietà e collaborazione con lui nell'aiuto ai poveri e ai malati.
Possiamo
distinguere vari livelli di collaboratori: da quelli che aiutavano con azioni o
elemosine saltuarie a quelli diventati collaboratori permanenti come Angulo e
tanti altri citati nelle sue lettere, da Castro e dal documento del Processo contro i Gerolimini. Alcuni hanno abbracciato il volontariato
juandediano fino all'appartenenza piena
nell'identificazione con il suo carisma.
Tra i più
diretti collaboratori si contano i primi compagni o fratelli di abito, i
benefattori più identificati con il suo carisma che hanno sentito l'opera di
San Giovanni di Dio come propria. E questo sentimento di appartenenza
all'ospedale e all'opera juandediana generava a sua volta una forte dinamica di
solidarietà. Questa identificazione nel carisma, portava tanti dei suoi
collaboratori a promuoverlo e a difendere la sua originalità con beni e
persone. (17). Questa identità di appartenenza alla Famiglia di San
Giovanni di Dio resta un modello valido per il presente e il futuro.
3.1.8. Ospitalità
profetica
Una delle
note più originali dell'Ospitalità di San Giovanni di Dio é stata la profezia.
Senza mezzi, straniero immigrante con fama di pazzo, dandosi totalmente a Gesù
Cristo e ai sofferenti ha aperto cammini nuovi nella Chiesa e nella Società.
I suoi atteggiamenti ospedalieri furono sorprendenti,
sconcertanti, ma funzionarono come fari per indicare nuove vie di assistenza e
umanità verso i poveri e i malati. Ha creato da niente un modello alternativo
per essere cittadino, cristiano, ospedaliero a favore dei più abbandonati.
Questa ospitalità profetica é stata un lievito di rinnovamento nell'assistenza
e nella Chiesa. Il modello juandediano ha funzionato anche come coscienza
critica e guida sensibilizzatrice per nuovi atteggiamenti e pratiche di aiuto
verso i poveri e gli emarginati.
3.2. L’ospitalità
nell’arco della storia
3.2.1. L’ospitalità juandediana nei primi compagni e
attraverso i secoli
I primi
fratelli (18), compagni di San Giovanni di Dio, parteciparono del
suo carisma ospedaliero, lo praticarono e lo diffusero. L'atto di fondazione
dell'ospedale di Antón Martín di Madrid parla dello stato di bisogno di
"malati con piaghe contagiose". Lo stesso, nel suo testamento afferma
che Giovanni di Dio lo lasciò alla guida del suo ospedale, al posto suo, come
se stesso. (19)
I suoi
compagni sono ricordati dai testimoni come ospedalieri molto vicini nel servizio ai poveri e ai malati che assistono. La
sua persona, umile, povera, e abbassata in un annichilimento (kénosis)
volontario in cui si distacca da ogni grandezza per portarsi a livello dei
poveri e servirli continua ad essere l’esempio dei suoi compagni e
collaboratori.
Testimoni di
questa prima tappa dell’Ordine sono unanimi nel dichiarare che "i fratelli ricevevano con molta carità
e liberalità tutti i poveri senza eccezione, qualunque persona sia straniera o
nativa, curabili e incurabili, pazzi o sani di mente, bambini piccoli ed
orfani. E questo lo facevano ad imitazione di Giovanni di Dio, il loro
fondatore. Ricevevano tutti, tanto moriscos come vecchi cristiani. (20)
Dopo questa
prima tappa dell’Ordine Ospedaliero si sono succeduti attraverso quasi cinque
secoli di storia fino ai giorni nostri, confratelli e collaboratori
juandediani, alcuni di grande fama, altri rimasti nell’anonimato, che hanno
dato una preziosa testimonianza di fedeltà al carisma dell’ospitalità. (21)
D'altra
parte, dai primi albori dell’Ordine, l'assistenza
nei campi di battaglia, nelle armate e tra i militari anche in tempo di
pace, diventarono una costante dei servizi ospedalieri dell'Ordine nella
Spagna, l’Italia, il Portogallo e la Francia.
L'azione
dell'Ordine si é articolata con altre due espressioni: il servizio di emergenza nelle epidemie e gli ospedali in territori di
missione alcuni dei quali sono diventati i cosiddetti
"ospedali-dottrina".(22)
Un'altra
espressione che si é sviluppata in parecchi paesi sono state le scuole di medicina e chirurgia e i corsi per
infermieri per preparare i membri e i collaboratori dell'Ordine.
Nei secoli XIX e XX, con la psichiatria diventata sempre
più un ramo specializzato della medicina, l'Ordine si é sensibilizzato nel
fondare e gestire centri specifici per malati di mente. In Francia questo
sviluppo é stato notevole per iniziativa di Paul de Magallon nel secolo XIX,
con la restaurazione dell'Ordine dopo la sua estinzione dalla Rivoluzione del
1789. Così pure in Spagna, Portogallo e Sudamerica per opera di Benedetto
Menni.
Altre Provincie, dalle diverse restaurazioni europee del
sec. XIX (tedesca, polacca, austriaca e italiana) hanno fondato opere esclusive
per malati di mente e handicappati mentali, bambini, giovani e adulti. Le
Provincie d’Irlanda, Inghilterra e Australasia si specializzarono
nell’organizzazione di servizi per disabili psichici dando un importante
contributo a questo settore nel distinguerli dalle persone diagnosticate come
malati mentali e cambiando la terminologia utilizzata per gli stessi al fine di
mettere in risalto la loro dignità e i loro diritti come persone.
L'assistenza ai bambini e ai giovani
handicappati fisici fu una risposta di Benedetto Menni in Spagna, tanto
urgente fino a pochi anni fa e che oggi trova espressioni in alcuni ospedali
generali pediatrici anche di avanguardia e centri di ortopedia e
riabilitazione.
Una
espressione del carisma di San Giovanni di Dio sviluppatasi molto negli ultimi
decenni sono stati i ricoveri notturni per i senzatetto e le case per anziani nonché i centri
per persone con difficoltà di apprendimento ossia disabili psichici.
Una delle
dimensioni che l’Ordine ha sempre più sviluppato è stata quella missionaria. Si può dire che l’espansione missionaria
dell’Ordine risalga alla sua stessa nascita. La fondazione in Cartagena
(Colombia) in 1596, è stata la prima di una lunga serie che sono state create
in America, in Africa e Asia fino al secolo scorso.
Dopo un periodo di estinzione, le fondazioni missionarie
furono riprese in America, Africa, Asia e Oceania. L’Ordine vuole continuare
oggi l’evangelizzazione del mondo della salute proprio come San Giovanni di Dio
ha fatto e Gesù Cristo ci ha comandato
3.2.2. Presenza attuale
Le esigenze
della Nuova Evangelizzazione poste dalla Chiesa all’inizio del terzo millennio,
hanno portato l’Ordine a rispondere con il progetto di una Nuova Ospitalità. La
"nuova ospitalità" si deve esprimere in due sensi: in opere
innovatrici nella comunità; e in nuove risposte alle lacune esistenti.
Dal Capitolo
generale del 1976 e più ancora da quello straordinario del 1979, l'Ordine ha
fatto uno sforzo considerevole per aggiornare l'assistenza. Sono state
parecchie le aree che hanno preso sviluppo. Vale la pena di ricordare le
principali.
L'umanizzazione e la pastorale hanno conosciuto in questi ultimi venti anni una
rivitalizzazione tanto necessaria per complementare i grandi sviluppi tecnici
degli ospedali e adeguarsi alle sofferenze concrete dei malati e dei loro
familiari. L'assistenza juandediana é stata sempre integrale, olistica, per cui
non può esser priva della cura pastorale e spirituale aggiornata.
La dimensione
umanizzante e pastorale unitamente alla necessaria formazione permanente dei
confratelli e dei collaboratori, se portata avanti, può rinnovare la presenza
dell'Ordine nei centri tradizionali. Se ben attuate sono mezzi per una
rinnovata presenza assistenziale dell'Ordine, per una nuova ospitalità e una
nuova evangelizzazione.
Negli ultimi
anni si ha completato l'umanizzazione con la formazione in bioetica e in etica della salute e la sua applicazione al servizio
dei malati.
L’adeguamento delle strutture a nuovi
bisogni e ad esigenze tecniche ed umane, insieme a nuovi criteri di gestione con l’attribuzione prioritaria delle
risorse secondo programmi ben definiti hanno contribuito a rinnovare molti dei
nostri ospedali e centri.
L’evoluzione
che hanno subìto i nostri centri tradizionali ha investito tutte le loro
aree. Le innovazioni tecnologiche
nell’ambito delle scienze della salute si è riflessa nei continui cambiamenti
che hanno avuto i nostri centri. La loro struttura materiale ha subìto un
notevole mutamento per l’incorporazione delle équipes tecniche, per il cambio
delle tecniche assistenziali, per i nuovi metodi di lavoro con una particolare
menzione per l’introduzione del lavoro in équipes multidisciplinari. Il tutto
sempre orientato a una migliore e più completa attenzione al malato come
persona.
Il mutamento più significativo si è avuto
nell’integrazione dei collaboratori. Fino a non molti anni fa la comunità dei
frati, con l’appoggio di alcuni laici, rendeva possibile il servizio ai malati.
Oggi sono i collaboratori gli attori
principali nelle opere e non vi sono aree precluse a tale presenza, dato
che anche la direzione e la gestione sono state assunte dai collaboratori.
Accanto ai
collaboratori dipendenti anche un numero crescente di volontari si va integrando nei nostri centri assumendo compiti di
umanizzazione e di servizio pastorale.
Questa
presenza rinnovata e aggiornata nei centri tradizionali sta dando ottimi
risultati grazie anche all’opera di
formazione a livello locale, provinciale e internazionale.
In questa
maniera, il futuro delle opere passa, in parte, attraverso il mantenere sempre
attuali gli strumenti tecnici, i metodi di lavoro e i processi direttivi e
gestionali, con particolare riferimento ai mezzi tecnici correlati alla
comunicazione e ai processi informatici. Si va pure sviluppando l’area della ricerca scientifica con programmi che
alle volte vengono svolti in collaborazione con i competenti dipartimenti
universitari.
I confratelli
devono essere guida etico-morale, coscienza critica, anticipazione creatrice e
innovativa e segno profetico di buone nuove ai poveri, ai malati e ai bisognosi
di oggi, di ogni cultura e religione.
3.2.3. Nuove forme di presenza
Da parecchi
anni le espressioni innovatrici nell'Ordine derivano dalla sensibilizzazione
alle nuove necessità della società e dalle nuove risposte che ci sforziamo di
dare a partire dal nostro carisma alle necessità esistenti. In alcuni casi vengono riprese espressioni già presenti
nella pratica di San Giovanni di Dio. Ci riferiamo ad una maggiore apertura
alla comunità sociale, alle famiglie e ai loro bisogni.
La nostra
ospitalità sta uscendo sempre più dagli ospedali e dai Centri assistenziali
estendendosi alla prevenzione ed
educazione alla salute, alla riabilitazione e al reinserimento sociale e alla
salute comunitaria. San Giovanni di Dio si occupava con premura degli
orfani, della loro educazione e formazione, del reinserimento delle prostitute,
ecc.
Così oggi
l'Ordine sta estendendo il suo campo d’azione ai day-hospital, all'assistenza
domiciliare, ai poliambulatori. Promuove anche la creazione di risposte
assistenziali di aiuto ai nuovi
sofferenti delle moderne patologie: tossicodipendenti, malati di AIDS, malati
cronici terminali, ecc.
Le sofferenze
della solitudine, dell'abbandono della disperazione e del vuoto esistenziale
stanno trovando risposte con i telefoni della speranza, con la pubblicazione di
bollettini e depliant di messaggi umani e cristiani, con riviste su temi di
riflessione, di formazione etica ed ospedaliera.
Uno degli
indirizzi in cui l'Ordine cerca di rispondere ai nuovi bisogni della società
é l’integrazione di confratelli e
collaboratori in opere, progetti e iniziative della Chiesa e di altri organismi
nazionali e internazionali in campo sanitario, di ricerca e di assistenza.
Queste realizzazioni si stanno attuando tra gruppi di una o parecchie
provincie, le loro fondazioni o associazioni in collaborazione con organismi
non governativi, con governi di altri paesi, soprattutto in via di sviluppo.
Il carisma di
San Giovanni di Dio é così ricco e ha tanta vitalità che quando l'Ordine, i
confratelli e i collaboratori si lasciano condurre dallo Spirito di Dio e si
sensibilizzano ai bisogni emergenti della società, i frutti dell'ospitalità
juandediana si moltiplicano anche se le risorse appaiono insufficienti.
Per la riflessione:
Come sta ricreando l’Ordine
(confratelli e collaboratori) le caratteristiche principali dell’ospitalità?
PUNTI FORTI PUNTI
DEBOLI SUGGERIMENTI
1) Ospitalità
misericordiosa
2) Ospitalità
solidale
3) Ospitalità
di comunione
4) Ospitalità
creativa
5) Ospitalità
integrale
6) Ospitalità
riconciliante
7) Ospitalità
generatrice
di volontariato e collaboratori
8) Ospitalità
profetica
____________________________________________
NOTE DEL TERZO
CAPITOLO
(1) L'Ordine
Ospedaliero dispone oggi di una ricca documentazione per studiare e
approfondire le linee di forza e di vitalità del carisma ospedaliero. Le fonti
documentarie diventano così mezzi per arrivare alla sorgente del carisma
ospedaliero di San Giovanni di Dio e alle sue caratteristiche.
Cronologicamente
e in ordine di importanza disponiamo di sei Lettere
di San Giovanni di Dio, più tre di San Giovanni di Avila a lui. Queste
lettere sono disponibili in edizioni critiche e ci danno un ritratto di prima
grandezza di San Giovanni di Dio. Ci fanno vedere e innamorare di un
personaggio, un membro vivo seguace del primo Ospedaliero della storia, Gesù
Cristo. Ci fanno intravedere la sua passione per l'uomo bisognoso e
sofferente, per la Chiesa sua madre e
per tutti i suoi figli.
La seconda
fonte in ordine di importanza é senza dubbio la Biografia del Santo scritta da Francesco de Castro e pubblicata nel
1585. Con grande fondatezza storica, costituisce un rendiconto profondo del
percorso umano-spirituale del Santo in cui é messa in rilievo l'ospitalità
divina verso di lui come sorgente della sua ospitalità senza frontiere verso
tutti i poveri e i malati.
Dal 1995 la Famiglia Ospedaliera
dispone di una nuova e preziosa fonte della vita e ospitalità di San Giovanni
di Dio. E' la Documentazione proveniente
dall’Archivio della Deputazione Provinciale di Granada che formò parte della
causa tra i Fratelli dell’Ospedale di Giovanni di Dio e i Fratelli del
Monastero di San Girolamo". Questa documentazione data del 12.03.1570
(il processo iniziò però soltanto nel 1572) e consiste di 171 fogli manoscritti
che furono trascritti da José SÁNCHEZ MARTINEZ nel suo libro: Kénosis y Diakonía en el itinerario
espiritual de San Juan de Dios, Madrid 1995. Dei 17 testimoni che risposero
alle 26 domande, 10 avevano conosciuto San Giovanni di Dio. Questa
documentazione ed altri documenti che Sánchez ha utilizzato in un altro lavoro
sullo stesso processo, costituiscono la terza fonte in ordine di importanza per
studiare l’ospitalità di San Giovanni di Dio.
In più disponiamo delle
prime Costituzioni dell’Ospedale di Granada e di tre Bolle fondamentali:
1. Licet ex debito
di Pio V (1 gennaio 1572)
2. Etsi pro debito di Sisto V (1 ottobre 1586)
3. Piorum Virorum, Breve di
Paolo V (12 aprile 1608)
Questi documenti hanno un
valore decisivo perché ci avvicinano a San Giovanni di Dio e ai principi
teologici e giuridici della nostra ospitalità. Inoltre bisogna aggiungere le
petizioni dei Superiori Generali di grazie ed approvazioni che diedero luogo
alle succitate bolle. Entrambi vanno considerate fonti della nostra ospitalità.
Delle prime Costituzioni
ricordiamo:
Regla y
Costituciones para el Hospital de Ioan de Dios, desta ciudad de Granada...1585;
Constituciones hechas en
el primer Capitulo General hecho en Roma año de 1587;
Costitutioni et ordini da
osservarsi dagli Frati dell'Ordine di Giovanni di Dio... 1589;
Costitutioni
del devoto Giovanni di Dio - d'Italia,
1596
Regla del Bienaventurado
Padre San Agustín y Constituciones de la Orden de Iuan de Dios, Madrid 1612
La documentazione moderna
è abbondante, ma, per non esagerare, vogliamo ricordare solamente alcuni
titoli, i più significativi che sono stati pubblicati a partire dal Capitolo
Generale del 1976, citati in ordine cronologico.
· P.
Marchesi, Le basi del rinnovamento
(1978).
· P.
Marchesi, L’Umanizzazione (1981).
· La Dimensione Apostolica dell’Ordine di San
Giovanni di Dio (1982).
· Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero di San
Giovanni di Dio (1984).
· P.
Marchesi, L’Ospitalità dei
Fatebenefratelli verso il 2000 (1986).
· Dichiarazioni del LXII Capitolo Generale (1988).
· B.
O’Donnell, Servo e Profeta (1990).
· Giovanni di Dio continua a vivere nel tempo
(1991)
· Fatebenefratelli e Collaboratori insieme per
servire e promuovere la vita, (1992).
· La nuova Evangelizzazione e la nuova
Ospitalità alle soglie del terzo millennio (1994).
· P.
Piles, La forza della carità (1995)
· P.
Piles, Giovanni di Dio: chiamata alla
nuova ospitalità (1996)
· P.
Piles, Lasciatevi guidare dallo Spirito
(1996)
· La Dimensione Missionaria dell’Ordine
Ospedaliero. Profeti nel mondo della salute
(1997)
Gli studi e
ricerche critiche compiuti nel corso dei secoli e di recente, sulla vita,
spiritualità e ospitalità di San Giovanni di Dio sono ulteriori inestimabili
contributi per approfondire il tema trattato in questa “Carta di identità”. Per
non appesantirla rimandiamo alla bibliografia finale per alcuni dei titoli più
significativi.
(2) 1a Lettera di San
Giovanni di Dio alla Duchessa di Sessa (1DS), 13. Vedi anche GAMEIRO, A. Koinonía,
filoxenía y martyrion em S. João de Deus e na sua Orden nascente, tesi di
dottorato, Roma 1996, in corso di pubblicazione.
(3) 2a Lettera di San
Giovanni di Dio alla Duchessa di Sessa (2DS), 18.
(4) Cfr. SÁNCHEZ MARTINEZ, José. Kénosis y Diakonía en el itinerario espiritual de San Juan de Dios,
Madrid 1995.
(5) Cfr. 2a Lettera di
San Giovanni di Dio a Gutierre Lasso (2 GL), 5. Questo elenco non è completo.
Castro, nel capitolo XVI, aggiunge altri bisognosi. Il Santo ha assistito
persone colpite da mali morali molto acuti. Conosciamo la sua sollecitudine e
misericordia verso le prostitute, i carcerati, gli emarginati, i mori e
probabilmente anche verso i "cristiani nuovi" di provenienza ebraica,
gli schiavi ed altri esclusi sociali come i malati incurabili.
(6) CASTRO, Op. Cit., Capitolo
XVII.
(7) Ibid., Capitolo XII.
(8) Cfr. 2 GL, 8.
(9) 1a Lettera di San
Giovanni di Dio a Gutierre Lasso (1 GL), 2.
(10) Lettera di San Giovanni di
Dio a Luis Bautista (LB), 19.
(11) 1 DS, 15.
(12) A partire dal Capitolo XII
al XX del suo libro, Castro illustra bene queste distinte dimensioni
dell’ospitalità juandediana.
(13) 2 DS, 9.
(14) 1 DS, 9.
(15) CASTRO, Ibid., Capitolo XV
(16) Ibidem., Capitolo XX.
(17) Questa solidarietà
identificativa appare chiaramente nelle lettere a Gutierre Lasso e alla
Duchessa di Sessa, nella biografia di Castro e nelle testimonianze del processo
e si riferisce a decine di collaboratori.
(18) Nel Processo contro i Girolamini (Cf. SANCHEZ, Op. Cit.), anteriore
alla biografia di Castro, si parla abbondantemente degli atteggiamenti
ospedalieri dei fratelli d’abito di San Giovanni di Dio. Giovanni d’Avila
(Angulo) cita i loro nomi: Antón Martín, Pedro Pecador, Alonso Retigano e
Domingo Benedicto.
(19) ORTEGA LÁZARO, L., o.h.,
Antón Martín.... pp. 17-18 e 31
(20) Dichiarazioni tratte dalla
causa tra i fratelli dell’“ospitale di Giovanni di Dio” e “i frati del
monastero di san Girolamo”, 1572-73. En: SANCHEZ MARTINEZ, José Op.
Cit., pp. 181-188 e 285 ss.
(21)
Consideriamo importante per delineare l’identità e originalità dell’Ordine,
conoscere, seppure solo molto parzialmente, alcune figure di confratelli
particolarmente degni di considerazione per come abbiano vissuto i valori
dell’ospitalità. I santi, beati e
venerabili meritano di essere ricordati per primi: San Giovanni Grande, San
Riccardo Pampuri, Beato Benedetto Menni e i numerosi Beati Martiri. Tra i
venerabili e quelli di cui si sta introducendo la causa de Beatificazione
abbiamo Francesco Camacho, Antón Martín, José Olallo Valdès, Eustachio Kugler e
un altro gruppo di martiri, senza dimenticare anche tanti altri che nella
storia dell’Ordine hanno sofferto il martirio o la persecuzione per Cristo e
per l’ospitalità in Brasile, Colombia, Cile, Polonia, Filippine, Francia,
Spagna e, di recente, anche in altri paesi.
Tanti
confratelli “fondatori” e “rifondatori”
di comunità e opere dell’Ordine meriterebbero di essere più conosciuti come
espressioni vive della vitalità e dei valori del nostro carisma. Così i
fratelli Giovanni Bonelli (Francia); Gabriele Ferrara e Giovanni Battista
Cassinetti (Italia e Germania),
Francisco Hernandez (America). In tempi più recenti è giusto ricordare
Padre Giovani Maria Alfieri (Italia),
Paul de Magallon (Francia), Eberhard Hacke e Magnobon Markmiller
(Germania), il Beato Benedetto Menni (Spagna, Portogallo e Messico).
Nel campo
della ricerca storica dell’Ordine
acquistano speciale rilievo alcuni confratelli, che con amore per l’Ordine e
spirito scientifico ci permettono oggi di conoscere il percorso del nostro
carisma.
Un’altra
schiera di confratelli illustri si sono distinti come medici, chirurghi,
farmacisti, botanici, dentisti, che sarebbe lungo nominare. Ne menzioneremo
alcuni nel sesto capitolo, nota 11, di questo documento dedicato al tema della
formazione e della ricerca nell’Ordine.
Dopo questi nomi di confratelli chi sono
stati profeti di Ospitalità, bisognerebbe forse aggiungere, alcuni nomi di
collaboratori che per il loro amore all’Ordine e ai suoi valori meritano di
essere ricordati.
(22) ANTIA, Juan Grande, in Labor Hospitalario-Misionera de la Orden de
San Juan de Dios en el mundo, fuera de Europa, AA.VV., Madrid, 1929.
“I religiosi ospedalieri furono,
da Filippo II a Ferdinando VII, gli incaricati della Sanità militare, specialmente nelle spedizioni nelle Indie e in
tempo di guerra e di epidemie.
Oltre ai quasi cento Ospedali-Dottrina che avevano in
America, nei quali curavano spagnoli, militari e indigeni e gestivano una
numerosa e ben frequentata scuola di fede
per gli indios, avevano anche
farmacie e cliniche ossia dispensari di soccorso e rimedio per tutti.
Nei loro Ospedali-Dottrina gli indios
perciò non trovavano solo la salute per il corpo, ma anche per l’anima; è così
che i fervidi Figli di San Giovanni di Dio rimasero sempre fedeli all’assioma
ereditato dal loro Padre e dai loro Superiori: Dal corpo all’anima, assioma sempre valido per ogni buon
ospedaliero”.
* - - - *
4.
PRINCIPI CHE ILLUMINANO LA NOSTRA OSPITALITA’
Accettando la chiamata della Chiesa ad essere sempre più
coscienti della missione evangelizzatrice di ogni gruppo ed opera ecclesiale, l’Ordine,
nel progettare la Nuova Ospitalità, si sente impegnato a sviluppare chiaramente
la sua identità alla luce di ciò che chiamiamo la “cultura dell’Ordine”.
Radicati in questa cultura ospedaliera siamo chiamati tutti, religiosi e
collaboratori, ad incarnare nel nostro agire i principi che illuminano la
nostra ospitalità. In seguito vogliamo illustrare uno ad uno questi principi.
4.1.
Dignità della persona umana
4.1.1. Il rispetto della dignità della persona umana come caratteristica
essenziale di un atteggiamento autenticamente cristiano. La creazione
dell'uomo e della donna a immagine di Dio (Gen 1, 27) conferisce loro una
dignità indiscutibile. Tra tutti gli esseri viventi l'essere umano é l'unico a
somiglianza di Dio, chiamato alla comunicazione con Dio, in grado di ascoltare
e rispondere a Dio. La dignità di ogni essere umano dinanzi a Dio é il
fondamento della sua dignità dinanzi agli uomini e a se stesso. E' la ragione
ultima della fondamentale uguaglianza e fraternità tra gli uomini, indipendentemente
dalla razza, dal popolo, dal sesso, dalle origini, dalla cultura e dalla classe sociale. E' il motivo per cui
un essere umano non può usare di un altro essere umano come di una cosa. Al
contrario deve trattarlo come essere autonomo e responsabile di se stesso
mostrandogli rispetto.
Dalla dignità
dell'essere umano dinanzi a Dio consegue pure il diritto e il dovere
dell'autostima e dell'amore verso se stessi. Di conseguenza dobbiamo
considerarci un valore per noi stessi e assumere responsabilmente la cura della
nostra salute. Dalla dignità di ogni essere umano dinanzi a Dio consegue pure
che dobbiamo amare il prossimo come noi stessi e che la vita dell'essere umano
é sacra e inviolabile, principalmente perché nel volto di ogni essere umano vi
é un raggio della gloria di Dio (Gen 9, 6).
4.1.2. Il rispetto deve essere universale. Il
rispetto della dignità della persona umana, creata a immagine di Dio esige che
ciascuno, senza alcuna eccezione, deve considerare il prossimo come "altro
sé" curandosi in primo luogo della sua vita e dei mezzi necessari per
poterla vivere degnamente. (1) Bisogna affermare che la dignità di
ogni essere umano é tale quali che siano le anomalie da cui può essere affetto,
le limitazioni che può presentare o l'emarginazione sociale a cui può vedersi
ridotto.
Il rispetto
della dignità della persona umana creata a immagine di Dio é latente nella
filosofia e nelle crescente coscienza internazionale sull'ampia gamma dei
diritti umani.
Il carattere
universale del rispetto della dignità umana si esplicita nell'affermazione di
Kant per cui le persone sono assolutamente preziose, fini in sé, dotate di
dignità e non commutabili con un
prezzo. Il corollario etico sarà che in quanto persone, tutti gli uomini sono
uguali e meritano uguale considerazione e rispetto. La dignità é inerente
all'essere umano per essere soggetto di diritti e di doveri(2).
4.1.3. Atteggiamento interiore ed efficace modalità di accoglienza
ai malati e ai bisognosi. Dato che il valore e la dignità umana nel dolore, nella disabilità e nella
morte sono più frequentemente oggetto
di interrogativi e rischiano di essere eclissati, l'Ordine Ospedaliero nel
prendersi cura del malato e dei bisognosi annunzia a tutti gli uomini la
meravigliosa eredità di fede e di speranza che ha ricevuto dal Vangelo.
L'atteggiamento
di Gesù in favore dei più deboli e degli emarginati sociali, è per l'Ordine
Ospedaliero, secondo l'esempio di S. Giovanni di Dio, una chiamata a impegnarsi
nella difesa e promozione dei diritti fondamentali, fondato sul rispetto della
dignità umana.
Tenendo conto
delle varie forme attraverso le quali l'Ordine oggi esprime il carisma, ci
sembra che esistano alcuni campi in cui, nella prospettiva della Nuova
Ospitalità, sono segni evangelici particolarmente significativi:
·
i senzatetto:
come espressione della dimensione di gratuità, che nella nostra società
dell'efficienza e della produttività è quasi negata;
·
i malati
terminali: per segnalare il valore della vita nel momento del morire;
·
i malati di AIDS:
per contrastare paure e pregiudizi irrazionali;
·
i
tossicodipendenti: amare l'uomo che non si sa amare;
·
gli immigrati:
accogliere Gesù straniero come genuina espressione di ospitalità;
·
gli anziani; per
affermare il valore della vita nella sua globalità;
·
le persone in
condizioni di infermità e limitazioni croniche: come espressione del valore
e dignità della persona umana.
Ogni luogo in
cui vi sia povertà, malattia, sofferenza, è un luogo privilegiato in cui noi,
religiosi di S. Giovanni di Dio, esercitiamo e viviamo il Vangelo della
misericordia(3).
4.2. Rispetto della vita umana
4.2.1. La vita come bene fondamentale della
persona e condizione previa per godere degli altri beni. La vita, bene
fondamentale della persona e condizione previa per godere degli altri beni, non
solo non può vedersi subordinata a nessun altro bene ma rispetto ad essa ogni
persona deve essere riconosciuta come avente pari diritto nei confronti di ogni
altro uomo.
Il dovere di
realizzarsi, proprio di ogni uomo
-percepiamo l'esistenza come dono ma anche come impegno da attuare-
presuppone di conservare il bene fondamentale della vita come condizione
"sine qua non" per poter compiere il dovere di custodire la missione
ricevuta con la stessa esistenza. Comunque venga formulato sussiste il principio
etico: conseguire il fine per cui fummo creati, tendere alla propria perfezione
o alla realizzazione di se stessi inseriti nella società[i].
La vita umana
che per il credente é dono di Dio, deve essere rispettata dal suo inizio sino
alla fine naturale. Essendo il diritto alla vita inviolabile e costituisce il
fondamento più forte del diritto alla salute come degli altri diritti della
persona, nessuna considerazione giustifica il ricorso all'aborto o
all'eutanasia attiva.
4.2.2. Protezione speciale dei pazienti con
minorazioni fisiche, mentali e psicologiche. In ogni individuo minorato
fisicamente o psichicamente dobbiamo vedere un membro della comunità umana, un
essere che soffre e che, più di qualsiasi altro, necessita del nostro
appoggio e dei nostri segni di rispetto
che lo aiutino a credere nel suo valore di persona. Questo é molto importante
ai nostri giorni per il fatto che la nostra società si mostra sempre più
intollerante nei confronti dei portatori
di handicap, dei disabili, dei minorati. (4)
L'Ordine
Ospedaliero deve distinguersi per la disponibilità e il servizio ad attuare,
nella misura del possibile, la realizzazione pratica ed effettiva dei principi
di integrazione, normalizzazione e personalizzazione. Il principio di integrazione si oppone alla tendenza a isolare,
segregare o trascurare i disabili. Il principio
di normalizzazione comporta l'impegno per la riabilitazione delle persone
impedite creando un ambiente il più normale possibile. Il principio di personalizzazione sottolinea che nell'attenzione ai
disabili occupano il primo posto la dignità, il benessere e lo sviluppo della
persona dovendosi proteggere e promuovere le sue facoltà fisiche, psichiche,
spirituali e morali.
4.2.3.
Promuovere la vita, creando o collaborando alla creazione di realtà che
aiutino a superare la miseria, la fame e l'infermità. Nella nuova
evangelizzazione l'Ordine Ospedaliero deve render visibile il Vangelo della
vita potenziando tutti i possibili sforzi che vengono fatti per eliminare le
strutture ingiuste, disumanizzanti e creando possibilità di vita degna, lì dove
esiste povertà, infermità, emarginazione e abbandono.
In virtù
della sequela di Cristo secondo il carisma di S. Giovanni di Dio, il sostegno e
la promozione della vita umana devono realizzarsi mediante il servizio della carità che si manifesta
nella testimonianza personale e istituzionale nelle diverse forme di
volontariato, nell'animazione sociale e nell'impegno politico[ii].
Il servizio
alla vita deve estendersi dalla protezione della vita nascente fino
all'accompagnamento fraterno di chiunque soffra per una malattia, una
condizione di emarginazione o di bisogno, rispettando, difendendo e promuovendo
la sua dignità di persona. Una speciale attenzione merita la persona nella fase
finale della sua esistenza.
Il servizio
di promozione alla vita deve espletarsi nella promozione delle attività in
ambito di prevenzione, nel trattamento degli invalidi e della riabilitazione
delle persone che sono impedite. In questo senso non sarà mai sufficiente
quello che si fa per aiutare i disabili a partecipare pienamente alla vita e
allo sviluppo della società cui appartengono, creare l'ambiente sociale che li
accetti pienamente come membri della comunità con speciali necessità che devono essere soddisfatte.
4.2.4.
Obblighi e limiti nel conservare la propria vita. La vita é un bene
fondamentale della persona e condizione previa per l'uso di altri beni ma non é
un bene assoluto. Questa può essere sacrificata in favore di altre persone o
dei nobili ideali che danno senso alla vita stessa. La vita, la salute, ogni
attività temporale si trova subordinata ai fini spirituali.
Neghiamo il
dominio assoluto e radicale dell'uomo sulla vita quindi non possiamo realizzare
atti che presuppongono un dominio totale e indipendente come sarebbe quello di
distruggerla. Parallelamente possiamo affermare il dominio "utile"
sulla propria vita, non il conservarla a qualsiasi prezzo. La vita é sacra certamente, ma é altrettanto
importante la qualità di questa vita, cioè la possibilità di viverla umanamente
e dandole un senso. Non esiste il dovere di conservare la vita in condizioni
particolarmente penose.
Non tutti i
trattamenti che prolungano la vita biologica risultano umanamente benefici per
il paziente come persona. Gli individui non hanno il dovere di accettare mezzi
sproporzionati per conservare la vita. In ogni caso, si potrà valutare se i
mezzi sono proporzionati o sproporzionati tenendo conto delle condizioni
fisiche e psichiche del malato e comparando: il tipo di terapia; il grado di
difficoltà e di rischio che comporta; una ragionevole fiducia nell'esito; il
livello di qualità di vita che ne deriva (vista dalla prospettiva del
paziente); la durata della sopravvivenza; i disagi (propri e dei familiari) che
il trattamento e le conseguenti spese porteranno con sé.
4.2.5. Il dovere di non attentare alla vita
altrui. La vita umana é sacra, perché dal suo inizio é frutto dell'azione
creatrice di Dio e rimane sempre in una speciale relazione col Creatore, suo
unico fine. Solo Dio é Signore della vita dal suo inizio alla sua fine.
Nessuno, in nessuna circostanza può attribuirsi il diritto di uccidere in modo
diretto un essere umano (5). Dato che
nel carisma ospedaliero devono trovare accoglienza tutte le persone, l’Ordine è
contro la pena di morte in ogni situazione.
L'eutanasia
in senso vero e proprio, cioè un'azione o una omissione che per sua natura
provoca intenzionalmente la morte con il fine di eliminare qualunque dolore, é
una grave violazione della Legge di Dio. "La tentazione dell'eutanasia
appare come uno dei sintomi più allarmanti della "cultura di morte"
che avanza soprattutto nelle società del benessere”. (6)
4.2.6. Doveri in ordine alle risorse della
biosfera. La protezione dell'integrità della creazione é sottesa al
crescente interesse per l'ambiente. L'equilibrio ecologico e un uso sostenibile
ed equo delle risorse mondiali sono elementi importanti di giustizia con tutte
le comunità del nostro "villaggio globale"; e sono pure oggetto di
giustizia condiviso con le future generazioni che erediteranno ciò che daremo
loro. Lo sfruttamento irresponsabile delle risorse naturali e dell'ambiente
degrada la qualità della vita, distrugge le culture e riduce i poveri in
miseria(7). Dobbiamo promuovere
atteggiamenti strategici che creino relazioni responsabili con l'ambiente
vitale che condividiamo e del quale non siamo altro che amministratori.
Essendo le
nostre strutture luoghi di consumo dei materiali più vari, possiamo dare segni
concreti e significativi di attenzione all'ambiente istituendo comitati a tal
fine, privilegiando l'uso di materiali biodegradabili e riciclabili e sensibilizzandoci tutti, confratelli e
collaboratori, attraverso corsi e seminari. (8)
4.3. Promozione della salute e lotta contro
il dolore e la sofferenza
4.3.1. Il dovere di vigilare per la
promozione della salute della popolazione. Tra le attività che promuovono
la salute della popolazione bisogna evidenziare l'informazione al pubblico e i
programmi di educazione che promuovono stili di vita sani e diminuiscono i
rischi per la salute che possono essere evitati, compreso l'uso del tabacco,
dell'alcol e di altre droghe; l'attività sessuale che aumenta il rischio di
contrarre l'AIDS e le altre malattie sessualmente trasmesse; la cattiva
alimentazione; l'inattività fisica e i livelli di inadeguata immunizzazione in
età infantile.
In molti
paesi l'educazione sanitaria costituisce uno dei mezzi per diminuire la
morbilità e mortalità infantili, per mezzo dell'alimentazione al seno e
l'informazione ai genitori sulla nutrizione adeguata e i rischi dell'acqua
contaminata (9).
4.3.2. Il dovere etico di vigilare per il
maggior interesse del paziente. Quanti lavoriamo in ambito sanitario
abbiamo il dovere etico di adoperarci per il maggior bene del paziente in ogni
momento, e integrare detta responsabilità con un maggior impegno a promuovere
ed assicurare la salute della popolazione (10).
4.3.3. Mettersi a fianco dei poveri, degli
emarginati e dei sofferenti come imperativo evangelico di giustizia. In un
mondo di sofferenza e povertà (la maggior parte della popolazione mondiale) la
missione di render presente San Giovanni di Dio si rivela particolarmente
importante per il fatto che la povertà opprimente -a causa di strutture sociali
ingiuste che escludono i poveri- genera una violenza sistematica contro la
dignità degli uomini, delle donne, dei bambini e di chi ancora non é nato, che
non può essere tollerato nel Regno voluto da Dio”.
“Il nostro Ordine esiste per evangelizzare i poveri, accompagnarli ed
assisterli nelle loro sofferenze secondo lo stile di San Giovanni di Dio (…) Si
sono visti alcuni sforzi per adeguare la nostra vita e le nostre strutture al
servizio dell'emarginato: day-hospitals, alberghi notturni, assistenza a malati
di AIDS e malati terminali, promozione di zone emarginate partendo da
centri-base già esistenti... Questi sforzi richiedono tuttavia un'azione più
coerente nel senso che l'Ordine si deve mettere più marcatamente nell'ottica
del povero identificandosi, nel suo stile di vita, chiaramente con questa
opzione, affinché, attraverso la sua forma di vita, il suo servizio, la sua
missione di annuncio/denuncia, eserciti un'influenza sempre maggiore in questo
senso sulla Chiesa e le strutture della società”. (11)
4.3.4. Trattamento corretto del paziente di fronte all'accanimento
terapeutico. Per quanto orientati alla promozione della salute i nostri
ospedali non possono contemplare la morte come un fenomeno che é loro estraneo,
che deve essere emarginato, ma come parte integrante del corso della vita,
particolarmente importante per la realizzazione piena e trascendente del
malato. Conseguentemente ogni infermo deve essere soddisfatto nel suo desiderio
di non essere impedito, anzi di esser facilitato secondo la sua religione e il
suo senso della vita nell'assumersi responsabilmente il passo della propria
morte. A questo si opporrebbe il nascondergli la verità e l'isolarlo, senza
vera e urgente necessità, dalle sue relazioni abituali di amicizia, di famiglia
di comunità religiosa e ideologica. (12)
Solo così
si realizzerà, in questi momenti
definitivi dell'esistenza, l'umanizzazione della Medicina.
4.3.5. Cure palliative. Le istituzioni dell'Ordine Ospedaliero che
curano pazienti in grado avanzato di malattia devono poter disporre, per quanto
sia possibile, di unità di cure palliative destinate a rendere più sopportabile
la sofferenza nella fase finale della malattia e, nello stesso tempo,
assicurare al paziente un accompagnamento umano adeguato. (13)
4.4.
L'efficacia e la buona gestione
4.4.1. Il dovere di coscientizzare la
popolazione a non considerare le spese sanitarie come puro dispendio economico.
In tutti i paesi la domanda di servizi sanitari é superiore alla capacità della
nazione di offrire detti servizi. E' un dovere importante quello di collaborare
nel richiamare la coscienza della società sul fatto che i costi dell'assistenza
medica non possono considerarsi come puro dispendio economico. Rappresentano
anche un investimento in risorse umane che permette di ridurre la sofferenza individuale
e offrire alla gente l'opportunità di dedicarsi al lavoro produttivo o di
vivere nelle proprie case o di usufruire di un costo assistenziale più basso.
Pertanto le spese nei servizi di assistenza medica hanno un effetto nella
diminuzione di altri costi sociali.
4.4.2. Amministrazione e gestione efficace
ed efficiente delle risorse. Le professioni sanitarie devono assumersi la
responsabilità di un’amministrazione efficace delle spese assistenziali che
include la utilizzazione di metodi diagnostici e terapeutici efficienti che
comprendono anche l'implementazione degli indici di qualità e di parametri di
esercizio applicabili e realistici.
4.4.3. L'istituzione
ospedaliera come impresa deve orientarsi al recupero della persona
integralmente considerata. La totalità dell'istituzione ospedaliera come
impresa deve orientarsi o ri-orientarsi al recupero della persona integralmente
considerata, cioè, delle sue dimensioni somatopsichiche, sociali e spirituali
che, in definitiva costituiscono il nucleo dell'umanizzazione dell'assistenza
sanitaria. Nell'ospedale-azienda l'investimento nel creare un clima umano e
umanizzante aiuta la produttività e l'efficacia del lavoro stesso. (14)
4.4.4. Investire per creare un clima umano
ed umanizzante in appoggio al rendimento delle risorse. Come in altre
imprese anche nell'ospedale l'impegno a creare un clima umano e umanizzante
contribuisce al buon uso delle risorse e al miglioramento delle condizioni
lavorative degli operatori sanitari. Essi possono, a loro volta, umanizzando se
stessi, aiutare a creare le condizioni più umanizzanti per i pazienti. (15)
Tra i miglioramenti che é
necessario apportare necessita particolare attenzione l'aggiornamento delle
conoscenze e delle competenze per mezzo della formazione permanente adattata
alle circostanze di ogni tempo e luogo.
4.4.5. Diritti e doveri dei lavoratori
Il diritto al lavoro é previsto dai contratti secondo le legislazioni vigenti.
Spetta allo specialista in diritto del lavoro, trovare la soluzione
tecnico-giuridica in grado di
conciliare il diritto all'obiezione di coscienza e il diritto al lavoro nella
formulazione del contratto di lavoro, nelle successive revisioni dello stesso e
nell'entrata in vigore di nuovi contratti collettivi. L'attenzione ai diritti
dei lavoratori che i nostri ospedali, residenze assistenziali e centri
socio-sanitari devono prestare in modo eccellente in ossequio alla più stretta
giustizia sociale, non deve realizzarsi a costo della propria esistenza contro
questa stessa giustizia sociale.
4.5. Nuova ospitalità e nuove esigenze:
Terzo e Quarto Mondo
Ogni volta é
sempre più grande l'abisso che separa i paesi del cosiddetto Nord sviluppato e
quelli del Sud in via di sviluppo. All'abbondanza di beni e servizi disponibili
in alcune parti del mondo, soprattutto nel Nord sviluppato, corrisponde al Sud
un inammissibile regresso ed é proprio in questa zona geopolitica che vive la
maggior parte dell'umanità. A guardare la gamma dei diversi settori: produzione
e distribuzione degli alimenti, igiene, salute e abitazioni, disponibilità di
acqua potabile, condizioni di lavoro soprattutto femminile, durata della vita
media e altri indicatori economici e sociali, il quadro generale appare
desolante, sia considerandolo in se stesso, sia in relazione ai dati
corrispettivi dei paesi più sviluppati del mondo. (16)
Anche nei
paesi sviluppati le forze economiche e sociali escludono dai benefici sociali
milioni di persone che costituiscono il cosiddetto "quarto mondo":
povertà o miseria di uomini, donne e bambini che “oltre a vivere in condizioni
di gravissimo disagio fisico e psicologico hanno perso la legittimazione di
"soggetti di diritto" poiché non sono garantite da protezione
giuridica e sociale”. Esempi più concreti sono coloro che perdono la propria
occupazione, i giovani senza alcuna possibilità lavorativa, i bambini di strada
sfruttati e abbandonati alla propria sorte, gli anziani soli e senza alcuna
protezione sociale, gli ex-carcerati, le vittime della droga, i malati di AIDS, gli immigranti in generale
e i clandestini in particolare (...) tutti coloro che sono condannati a una
vita di dura povertà, di emarginazione sociale e di precarietà culturale.
(17)
4.5.1. Solidarietà e cooperazione. Il
Vangelo di Gesù Cristo é un messaggio di libertà e una forza di liberazione. La
liberazione é innanzitutto e principalmente liberazione dalla schiavitù
radicale del peccato. Logicamente comporta la liberazione da molteplici
schiavitù di ordine culturale, economico, sociale e politico che, in definitiva
derivano dal peccato e costituiscono tanti ostacoli che impediscono gli uomini
di vivere dignitosamente. (18)
“La
solidarietà é una virtù eminentemente cristiana. Essa attua la condivisione dei
beni spirituali ancor più che di quelli
materiali. Il principio di solidarietà é una diretta esigenza di
fraternità umana e cristiana. Lo solidarietà si manifesta in primo luogo nella
distribuzione dei beni e nella remunerazione del lavoro. I problemi
socio-economici possono esser risolti solo con il concorso di tutte le forme di
solidarietà: solidarietà dei ricchi con i poveri ma anche dei poveri tra loro;
degli imprenditori con i dipendenti ma anche dei lavoratori tra loro;
solidarietà tra le nazioni e i popoli. La solidarietà internazionale é
un'esigenza di ordine morale. In buona misura, la pace del mondo dipende da
essa. (19)
4.5.2. Cooperazione e cooperatori: diritti e
doveri. Il documento del LXIII Capitolo Generale segnala con
sufficiente chiarezza le linee di ciò che si esige dai religiosi e dai
collaboratori di San Giovanni di Dio. (20) Enucleiamo i seguenti aspetti:
·
Umanizzarsi per
umanizzare ed essere testimoni della santità secondo il radicalismo delle
beatitudini a esempio di San Giovanni di Dio, povero tra i poveri, servo e
profeta.
·
La promozione delle persone sotto tutti gli aspetti:
cura del malato, accoglienza amorevole dei cronici, attenzione speciale ai più
deboli e ai più poveri, accompagnamento di coloro che stanno vivendo i loro
ultimi momenti, trasformando i gesti di cura in gesti di evangelizzazione.
·
Dobbiamo presentare la nostra cultura dell'ospitalità come alternativa alla cultura dell'ostilità che non solo domina sempre più
fortemente le relazioni tra i popoli, le nazioni e le etnie ma anche le
relazioni interpersonali. Dobbiamo dimostrare una nuova capacità di
accoglienza, creare comunità di fede aperta che siano un invito a tutte le
persone con cui ci relazioniamo: malati, familiari, collaboratori, amici. Ogni
Centro dovrà essere una piccola Chiesa domestica capace di creare la comunione
cristiana in cui la gioia dell'uno é quella dell'altro e il dolore dell'uno é
il dolore dell'altro. Oggi più che mai, nelle relazioni umane, il religioso di
San Giovanni di Dio é chiamato ad essere testimone di Dio "amante della
vita" (Sap 11, 26) che si confonde con la sua gente e con la sua presenza
rende la terra accogliente e l'uomo veramente uomo.
·
Valorizzare e promuovere le qualità degli operatori e
volontari che collaborano con l'Ordine e farli partecipi del servizio e della
evangelizzazione delle persone presenti nel Centro e di particolari
manifestazioni della vita della comunità.
·
Preparare professionisti identificati con la filosofia
e i valori dell'Ordine, perché assumano funzioni direttive e di animazione
nelle nostre opere.
4.5.3. Il
volontariato: gratuità e identificazione. “E' volontario colui che,
oltre ai suoi propri doveri professionali e di stato, in modo continuativo e
disinteressato, dedica parte del suo tempo ad attività, non in favore di se
stesso o degli associati (a differenza dell'associazionismo) ma in favori degli
altri o di interessi sociali collettivi, secondo un progetto che non si
esaurisce nell'intervento stesso (a
differenza della beneficenza) ma che tende a eradicare o modificare le cause
del bisogno e dell'emarginazione sociale”.(21)
La nostra
filosofia é identica a quella di ogni altro tipo di volontariato. Solo che ciò
che é fondamentale per tutti acquista una particolare sfumatura per il fatto di
essere un'azione ospedaliera o sociale realizzata nei Centri dell'Ordine, secondo
lo spirito di San Giovanni di Dio. Nel nostro volontariato deve esserci:
· Principio di volontarietà: i volontari
fanno parte dello stesso organismo, liberamente, perché lo richiedono;
· Principio di gratuità: la loro dedizione
é frutto di un'esigenza interiore, di un impegno personale, non vi é nessuna
esigenza esterna che li obblighi;
· Principio di solidarietà: nasce
dall'esigenza di farsi presenti nella necessità dell'altro, di compatirla;
· Principio di complementarità: ci si
prefiggono mete che la nostra società non riesce a raggiungere, arricchendola e
promuovendo così la giustizia sociale;
· Principio di integrazione personale: ci
si propone quasi sempre di dare, però molte volte vediamo che é più quello che
si riceve;
· Principio di preparazione: si esige una
formazione adeguata che dia le conoscenze storiche, la dimensione apostolica, i
valori dell'Istituzione e la capacità di sapersi trovare in qualsiasi
circostanza;
· Principio di associazionismo: si lavora
coordinatamente, formando un gruppo senza alcun individualismo;
· Principio evangelico: essendo il nostro
volontariato aconfessionale, si fonda sul Vangelo nella forma in cui San
Giovanni di Dio ha vissuto la sua dedizione ai poveri, ai malati e ai
bisognosi. I luoghi in cui su esercita il volontariato sono centri
confessionali: gratuità nel servizio e identificazione con il carisma
dell'Ordine riassumono i fondamenti del [nostro] volontariato. (22)
4.6.
Evangelizzazione, inculturazione e missione
4.6.1. Visione d'insieme. Evangelizzare
costituisce la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda.
Essa esiste per l'evangelizzazione,
cioè, per testimoniare, insegnare e predicare la Buona Novella di Gesù Cristo.
Come nucleo e centro di tale Buona Novella Gesù annunzia la salvezza, questo
grande dono di Dio che é liberazione da tutto ciò che opprime l'uomo, ma che é
soprattutto liberazione dal peccato. (23)
La
evangelizzazione parte dal mandato missionario di Gesù Cristo: "Andate
dunque e ammaestrate tutte le nazioni. Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo" (Mt 28,18-20; cfr. Mc 16,15-18; Lc 24,46-49; Gv
20,21-23).
Per compiere questo mandato, il
Vangelo deve incarnarsi, "tradursi" (senza tradirsi) nelle differenti
culture. (24)
L'evangelizzazione non é possibile senza inculturazione.
La frattura
tra vangelo e cultura e, senza alcun dubbio, il dramma del nostro tempo come lo
fu in altre epoche. (25) D'altra parte la secolarizzazione comporta
di fatto, come abbiamo segnalato più sopra, lo stabilire una cultura della non
credenza in cui si converte in presupposto culturale che il mondo si esaurisca
nell'immanenza e in cui le affermazioni relative alla trascendenza si rivelano
culturalmente e socialmente irrilevanti. In questa situazione, coloro che
vogliono essere cristiani senza rinunziare al loro proprio tempo, senza volersi
esiliare dalla cultura in cui vivono devono realizzare lo sforzo di inculturare
il cristianesimo nelle culture sorte dalla modernità.
L'inculturazione rende possibile
portare la Buona Novella a partire dall'interno di ciascuna cultura apportando
così la sua propria ricchezza alla incarnazione storica del Vangelo. Questo
significa che il Vangelo, nell'incarnarsi concretamente subisce forti
trasformazioni rispetto alle sue precedenti forme di inculturazione. Così
l'inculturazione permette di "comprendere e trasformare con la forza del
Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le
linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità che
sono in contrasto con la parola di Dio e il disegno di salvezza”. (26)
Inquadrata correttamente,
l’inculturazione deve ispirarsi a due principi: la compatibilità col Vangelo
delle diverse culture da integrare e la comunione con la Chiesa Universale.(27)
4.6.2 Evangelizzazione, inculturazione e
missione dell'Ordine. In un mondo in cui l'uomo contemporaneo crede più ai
testimoni che ai maestri, crede più nella esperienza che nella dottrina, nella
vita e nei fatti che nelle teorie (28) l'Ordine si trova in una
situazione privilegiata per la evangelizzazione e la inculturazione della fede
per il fatto di essere presente in molte culture, in 46 paesi e in 5
continenti. La cultura della tecnica, probabilmente la più restìa ai valori
cristiani é tuttavia sensibile alla viva testimonianza dell'impegno concreto
per l'uomo.
Il carisma
dell'Ordine ci pone pienamente in questo impegno, dato che la promozione
dell'uomo sotto tutti gli aspetti é la nostra missione: la cura dell'uomo
malato, l'accoglienza amorevole dei cronici, l'attenzione speciale ai più
deboli e ai più poveri o l'accompagnamento a quelli che stanno vivendo i loro
ultimi momenti.
Solo la
fedeltà al carisma renderà possibile l'evangelizzazione e la inculturazione nel
mondo della tecnica in cui deve affrontarsi la cultura dell'ostilità con quella
della nuova ospitalità.
La domanda a
cui dobbiamo rispondere nel futuro é come trasformare i gesti di cura in
autentici gesti di evangelizzazione, come trasformare i luoghi in cui lavoriamo
in luoghi significativi di evangelizzazione. Umanizzazione ed evangelizzazione
devono far parte per noi di una unità indivisibile perché "dove non c'è
carità non c'è Dio, per quanto Dio stia in ogni luogo". (29)
Per la riflessione:
1) Descrivi
segni che evidenzino come si sta vivendo nei Centri e nelle Comunità
dell’Ordine i principi dell’ospitalità nei seguenti ambiti:
·
Dignità della persona umana
·
Rispetto della vita umana
·
Promozione della salute e lotta contro il dolore e la
sofferenza
·
Efficacia e buona gestione
·
Nuova Ospitalità
·
Evangelizzazione, inculturazione e missione
2) Descrivi
ciò che sta rendendo difficile od offuscando la messa in pratica di questi
principi:
·
Dignità della persona umana
·
Rispetto della vita umana
·
Promozione della salute e lotta contro il dolore e la
sofferenza
·
Efficacia e buona gestione
·
Nuova Ospitalità
·
Evangelizzazione, inculturazione e missione
3) Come
si sta promuovendo la diffusione dei principi che illuminano la nostra
ospitalità e la relativa formazione tra i confratelli, collaboratori ed
assistiti?
4) Che
cosa è necessario fare per garantire una migliore diffusione e formazione in
relazione ai principi che illuminano la nostra ospitalità?
__________________________________
NOTE DEL QUARTO CAPITOLO
(1) Cfr. CONCILIO VATICANO II,
Costituzione Pastorale Gaudium et Spes
(GS), N. 27.
(2) Il
concetto di dignità umana e i diritti della persona appaiono intimamente
connessi nella Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948); nella
Convenzione Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966);
nella Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici (1966); nel
recente Accordo sui diritti umani in Biomedicina (1977): sebbene da queste
Dichiarazioni non risulta chiaro in cosa consista e su cosa si fondi la dignità
umana, la riconoscono tutte come inerente l'essere umano e riconoscono pure i
diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana come
fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.
(3) Cfr. LXIII CAPITOLO
GENERALE, Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità alle soglie del terzo
millennio, Bogotá, 1994, # 5.6.1.
(4) L'OMS definisce come deficit
la perdita o la anomalia di una struttura anatomica o di una funzione fisica o
psichica. Una disabilità é la diminuzione o incapacità di compiere un'attività
nel modo e con i risultati che si considerano normali. Una minorazione é uno
svantaggio acquisito da un individuo a causa di un deficit o di una disabilità,
che limita o impedisce lo svolgimento di una normale attività per
quell'individuo, tenuto conto dell'età, del sesso e dei fattori culturali e
sociali (A. Anderson, "Simplemente otro ser humano", Salud Mundial, 34, gennaio 1981: 6.)
(5) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Evangelium Vitae (EV), 5.
(6) Cfr. Ibid. EV, 64-65.
(7) Cfr. PAOLO VI, Octogesima
Adveniens 21; GIOVANNI PAOLO II, EV 27, 42.
(8) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 5.6.3,
Situazioni concrete.
(9) Documento dell'Associazione
Medica Mondiale "Progetto di dichiarazione sulla promozione della
salute", 10.75/94, Agosto 1994.
(10) Ibidem.
(11) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 3.6.3
(12) Cfr. EV, 15.
(13) Cfr. Ibid. EV, 44.
(14) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Centesimus Annus 40; 20; 32.
(15) Cfr. MARCHESI,
Pierluigi L’Umanizzazione, 1981.
(16) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo Rei socialis, 14.
(17) Lettera del Card. CARLO
MARIA MARTINI. Biennio pastorale 1992-1993.
(18) Cfr. ISTRUZIONE DELLA
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Libertà
cristiana e liberazione, Roma, 1986
(19) C.C. 1939-1942.
(20) Nuova Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., Op. Cit., 4.4
(21) CARITAS. Cfr. M. del Carmen
Furés: El voluntariado en nuestra sociedad, in Labor Hospitalaria, 1985; 198(4):206.
(22) PILES F., Pascual Origine
e traiettoria del Volontariato nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio;
Congresso Nazionale dei Volontari di San Giovanni di Dio, 18-20 ottobre 1995.
(23) Cfr. PAOLO VI, Evangelii Nuntiandi (EN) 9, 14.
(24) Cultura significa il modo in cui un gruppo di
persone vive, pensa, sente, si organizza, celebra e condivide la vita. In ogni
cultura soggiace un sistema di valori, di significati, di visioni del mondo che
si esprimono esternamente nel linguaggio, nei gesti, nei simboli, nei riti e
negli stili di vita.
(25) Cfr. Ibid., 20; Gaudium et
Spes, 43.
(26) EN, 19.
(27) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris Missio, 54.
(28) Ibidem., 42.
(29) SAN GIOVANNI DI DIO, Lettera a Luis Bautista, 15. Cfr. Nuova
Evangelizzazione e Nuova Ospitalità..., 4.3.
* - - - *
5.
APPLICAZIONE A SITUAZIONI CONCRETE
5.1. Assistenza
integrale e diritti del malato
Il nostro
apporto alla società sarà credibile, nella misura in cui sapremo incarnare i
progressi della tecnica e l'evoluzione delle scienze. Da qui l'importanza che
la nostra risposta assistenziale mantenga un'inquietudine per essere
continuamente attualizzata nel suo versante tecnico e professionale.
Partendo da
questo dovremo dare un'assistenza che consideri tutte le dimensioni della
persona umana: fisica, psichica, sociale e spirituale. Soltanto un'attenzione
che consideri tutte queste dimensioni, almeno come criterio di lavoro e come
obiettivo da raggiungere, potrà considerarsi come assistenza integrale.
Forse questo
é stato il campo in cui le opere dell'Ordine hanno coltivato una maggiore
tradizione. Il loro livello assistenziale ha costituito una caratteristica che
le ha distinte nel corso degli anni.
Le prime
costituzioni già insistevano sul modo di trattare i malati e così si é
continuato, privilegiando questo aspetto nel corso della storia.
5.1.1. L'approccio al malato, al bisognoso e
ai suoi familiari
L'attenzione
ai bisogni della persona (compresi quelli che si riferiscono allo spirito e
alla trascendenza) é un elemento chiave in ogni servizio sanitario e sociale.
L'uomo é un
essere relazionale; nella misura in cui entriamo in contatto con gli altri ci
consolidiamo come persone. Quando facciamo sì che questo contatto si converta
in incontro stiamo realizzando la pienezza della nostra dimensione relazionale.
Da qui
l'importanza del nostro incontro, dell'ascoltare, dell'accettare,
dell'accogliere, del saper canalizzare gli aspetti positivi e negativi che sono
presenti in ogni persona che vive e avverte il bisogno degli altri.
La malattia,
quale che sia la sua manifestazione esteriore, é un'espressione del limite,
della debolezza dell'uomo ed è proprio in questa speciale circostanza che
poniamo un'esplicita ed implicita domanda di aiuto reciproco.
Ogni persona,
nel limite e nel dolore, cerca qualcuno con cui condividere la sua condizione,
su cui scaricare il peso che grava su di lui. Ne consegue la necessità, per
tutti coloro che costituiscono l'Ordine Ospedaliero -religiosi, collaboratori,
volontari, ecc.- che acquisiscano e crescano nelle seguenti qualità:
5.1.1.1. Apertura: ai nuovi apporti
della società, ai nuovi criteri di attuazione, alle nuove esigenze dell'uomo,
alle altre culture. E' aperta la persona che sa accogliere quello che la
società e il mondo le vanno offrendo e sa discernere ciò che vi é di positivo
in questa offerta per farlo suo. Aperta é anche l'istituzione che sa porsi
nello stesso modo. Sebbene in questo caso si esigerà dialogo tra le persone,
per saper discernere insieme, ciò che é positivo per tutti.
5.1.1.2. Accoglienza. Ricevere colui che
arriva con uno spirito di affetto e di speranza che gli permetta di aver
fiducia nelle persone e nelle Istituzione che si fanno carico di lui. Il primo
contatto é molto importante, può aprire o chiudere le porte. Nel suo stato di
bisogno, per il malato questo primo contatto acquisisce un'importanza
fondamentale. In una condizione di difficoltà, sentirsi accettato e accolto é
l'elemento essenziale per vivere uno stato di fiducia e di sicurezza nei
confronti delle persone che si prendono cura di lui. Bisognerà vigilare in modo
particolare perché la burocrazia e il tramite amministrativo non si trasformino
in un ostacolo per l’accoglienza al malato.
5.1.1.3. Capacità di ascolto e di dialogo. Lasciare che la persona
esprima la sua situazione, le sue esigenze, i suoi timori, le sue paure e che
possa sentire in noi un'eco di fiducia e serenità, tanto nei momenti di
allegria, quanto nelle situazioni più difficili.
Che il malato comprenda come
tutto questo non cada nel vuoto, che é accolto, considerato, tenuto in conto.
Sta dicendo la sola cosa che é in grado di dire in quel momento; incluso
probabilmente il "dirci" tutto se stesso.
Si daranno
anche situazioni in cui il malato chiede o desidera ciò che non é la cosa più
conveniente per lui. Dalla nostra riflessione dovremo esser capaci di capirlo e
di far capire al malato ciò che intendiamo fare anche in quei casi in cui ciò
dovesse portare a una divergenza sui criteri di attuazione.
5.1.1.4. Attitudine al servizio. Sempre
a disposizione del malato e dei suoi, sempre disponibili a donare le nostre
competenze tecniche, la nostra scienza e la nostra persona al servizio del suo bene integrale.
Non sempre si
deve fare ciò che il malato desidera o chiede, ma dall'atteggiamento con cui
tratteremo la cosa egli potrà capire se stiamo agendo per il suo bene o per la
nostra comodità.
5.1.1.5. Semplicità. Cioè l'umiltà di
chi sa che sta dando un aiuto a chi ne ha bisogno e che si propone come
obiettivo fondamentale di evitare una situazione di dipendenza.
Semplicità di
chi cammina cercando di incontrare la verità, il bene per tutti, incluse le
strutture tanto complesse come i nostri ospedali.
5.1.2. Diritti del malato
I diritti del malato s’iscrivono
nel più ampio orizzonte dei diritti fondamentali dell’uomo. Dal punto di vista
dei diritti umani, il diritto alla salute si colloca tra i cosiddetti diritti
umani di seconda generazione, vale a dire tra i diritti di tipo economico e
sociale. Con lo sviluppo della coscienza intorno a questo tema, negli anni
sessanta si è intensificato l’interesse per i diritti dei malati. Premesso che
come persona il malato è soggetto degli stessi diritti universali di tutti gli
uomini, va considerato tuttavia che in lui entrano in gioco certe particolarità
dovute alla sua situazione che richiedono una maggiore sensibilità e
solidarietà. In questo senso sono state poi formulate tutt’una serie di
dichiarazioni nazionali, regionali e locali.
L’Ordine fa propri questi diritti
riconosciuti e proclamati e, dalla prospettiva di un’assistenza integrale,
valorizza in maniera particolare i seguenti:
5.1.2.1. Riservatezza. La riservatezza comprende tre valori intimamente correlati
nella relazione assistenziale: l'intimità,
il segreto e la fiducia. Il rispetto per le persone esige il rispetto dell'intimità
(1) del paziente, cioè di quella particolare sfera in cui ognuno si
spiega a se stesso, si riconosce, afferma e lega la propria identità. Il
rispetto all'intimità di ognuno rende possibile la convivenza sociale nella
molteplicità dei singoli individui. Il velo del segreto tutela il rispetto
reciproco e apre il cammino alla fiducia, via di accesso all'intimità
dell'altro.
Rispetto
reciproco e fiducia aprono la porta al diritto di comunicare i propri segreti
con la garanzia che non saranno rivelati. In questo consiste l'obbligo del
segreto professionale in cui si dà per supposto e rimane implicito l'impegno di
non divulgare ciò che si é conosciuto nell'esercizio della professione.
L'obbligo del
segreto, coesiste con l'obbligo di svelarlo quando non vi sia altro modo di
evitare il danno ingiusto a un'altra persona e/o alla società, per esempio, per
evitare il contagio o un altro male da cui la società non può liberarsi senza
conoscere il segreto.
La
progressiva specializzazione e tecnicizzazione della Medicina moltiplica i casi
in cui questa si esercita in équipe. Si costituisce allora il segreto condiviso che esige speciale
cura da parte di tutti perché non ne risulti pregiudicata l'intimità del
malato.
Ogni
operatore lavorando in ospedali o residenze sociosanitarie deve sensibilizzarsi
per percepire i vari modi con cui il diritto alla riservatezza e all'intimità é
violato. Basti pensare alle conversazioni sui pazienti in luoghi pubblici o al
facile accesso alle storie cliniche da parte di persone non autorizzate.
Speciale attenzione meritano tutte quelle liste di pazienti con diagnosi e/o
trattamenti, tabulate dai moderni sistemi informatici.
Per
facilitare il rispetto all'intimità dei pazienti, i centri dovranno disporre,
nella misura del possibile, di una struttura fissa o mobile (come possono
essere da un lato le camere individuali o gli ambienti riservati,
dall'altro cortine o paraventi) che
permettano l'isolamento del malato in rapporto alle sue necessità. Bisogna
tener conto anche dell'età e della gravità di coloro che condividono la stessa
camera.
Il malato
potrà esprimere l'esigenza di restar solo o con la persona che desidera quando
viene visitato dal suo medico oppure riceve l'assistenza infermieristica. Così
pure potrà parlare col personale amministrativo in privato. Dovrà inoltre
considerare che qualsiasi ospedale soprattutto se universitario o sede di
insegnamento, é un luogo di formazione e che la sua collaborazione é
imprescindibile sotto questo aspetto.
5.1.2.2. Veracità. Il diritto del malato
a conoscere la verità va di pari passo con quello già analizzato relativo al
segreto. Essi sono complementari e forniscono il più solido appoggio alla
necessaria fiducia del medico ma entrambi possono entrare in conflitto in
rapporto al motivo fondamentale della relazione medico-paziente: il
conseguimento della salute. In qualsiasi ipotesi la decisione concreta deve
fare attenzione al bene della persona del malato, considerata nella sua
integrità, senza trascurare per questo il processo della salute come bene
sociale.
Il diritto di
ogni uomo a conoscere la verità sulle cose che lo colpiscono e il
corrispondente obbligo di informarlo stanno alla base della convivenza. Non
solo la menzogna ma anche la mancanza di sincerità distrugge la fiducia, tanto
necessaria nella relazione interpersonale data l'ambiguità (finestra-maschera)
della nostra esteriorità corporea. La fiducia é particolarmente importante
nella relazione del malato col medico. Da qui l'importanza che acquista la sua
veracità, che comporta sempre una certa responsabilità perché non si riferisce
a fatti riduttivamente oggettivi ma a
realtà cariche di importanza soggettiva, soprattutto quando la prognosi si
riferisce al futuro aspetto del malato o alla sua funzionalità (libertà e
capacità di movimento) o alla perdita della vita o ad altre possibili verità
altrettanto difficili da accettare.
Come primo
punto deve considerarsi prioritario il diritto a conoscere la verità sullo
stato della propria salute da parte del malato, ma non a scapito di ciò che a
lui conviene come persona. Alcune volte vi sono motivi di vero amore per
tacere: gli creeremmo un danno inutile. Tuttavia non é onesto tacere solo per
fuggire semplicemente dalla propria difficoltà. Se si ha tatto nel modo di dire
la verità si può sempre aiutarlo. Il medico non deve attenersi all'obbligo generale
di dire la verità senza prestare attenzione al possibile conflitto di interessi
nel malato, in modo particolare quello della sua salute, motivo della relazione
stabilita tra entrambi
I principi di soluzione non ci permettono
di stabilire ricette stereotipate di applicazione universale. Il medico deve
dire la verità, ma senza pregiudicare per questo inutilmente la salute o altri
valori del malato. Il suo obiettivo ultimo é il bene di questi integralmente
considerato.
Sono fattori
che influenzano ciò che conviene dire: la fermezza del paziente e la sua forza
d'animo, le sue convinzioni personali e il suo equilibrio psichico, così come
il tipo di relazione che esiste tra il tale medico e il tal malato. Così pure
non é possibile trascurare le circostanze economiche, familiari e sociali che
coinvolgeranno il paziente dopo la consulenza medica. Ma acquistano particolare
rilievo anche la diagnosi e la prognosi.
Trattandosi
di malattie oggettivamente e soggettivamente innocue il fatto che niente gli
venga nascosto tranquillizza il paziente. Sempre che la malattia sia curabile
si impone una informazione adeguata per suscitare la collaborazione del
paziente che é assolutamente indispensabile, quando senza la sua collaborazione
il decorso della malattia potrà avere un esito fatale.
Il diritto
del malato a conoscere la verità é indispensabile, soprattutto, quando questi
deve prendere una decisione responsabile. E' compito del medico agevolarla; non
può sostituirsi ad essa e deve aver cura di non proiettarvi i suoi propri
complessi e le sue inibizioni. Dovrà prendersi il tempo necessario per decidere
le più opportune modalità di comunicare la verità in modo che il malato possa
comprendere gli elementi più significativi per prendere una decisione saggia. A
volte anche il paziente necessita di tempo per farsi carico dei vari elementi.
La conoscenza
certa di una morte inevitabile e prossima deve essere comunicata al malato
perché questi possa realizzarsi nell'ultimo atto della sua vita. Questo dovere
presuppone la capacità del soggetto ad assumersi ed esprimere adeguatamente il
suo ruolo in questo momento decisivo. Lasciargli qualche speranza ("un
pezzo di cielo aperto" come dice qualcuno) può essere d'aiuto ma non può
dimenticarsi che, abbandonando falsa speranza possiamo cedere il passo a un
altro tipo di speranza che gli permetta di assumere la verità con maggiore
respiro e realizzarsi così pienamente come uomo. Questo avviene anche nel caso
di persone che non credono nella vita futura ma che hanno saputo dare un senso
alla propria vita in relazione agli altri. L'ambigua espressione "diritto
del paziente a morire" ha un significato reale: nessun essere umano deve
esser privato del diritto a vivere la sua propria morte, coronando così la
realizzazione della sua vita attraverso di essa.
Rinunzieremo
a comunicare la verità quindi, quando ci consta che l'altro é incapace di
sopportarla. Il diritto alla verità cessa qualora dovesse esitare nella
disperazione fatalista e nell'annullamento del proprio essere, qualora -cioè-
fosse recepita solo come una condanna a morte senza ragione e senza senso.
Il titolare del diritto a conoscere la verità é il malato, sempre che
sia adulto e padrone di sé. Quando non é capace di assumersi la propria
responsabilità per non aver acquisito la necessaria maturità o per qualsiasi
altra causa, l'informazione richiesta deve esser comunicata a chi deve o può
prendere decisioni in suo nome, a titolo di fiduciario, come la persona più
interessata al bene del paziente. Se questi dovesse essere capace, si deve dire
a familiari e congiunti, secondo il nostro criterio ragionevole, solo quello
che il malato desidera comunicare loro.
Tanto nel
soddisfare il diritto alla verità, come nel rispettare il dovere del segreto si
deve tener conto del rispetto dovuto alla libertà della coscienza propria del
malato e anche del medico. Ci occupiamo qui solo degli imperativi relativi alla
prima.
"La
coscienza é il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova
solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria" (2) .
Non v'è alcun dubbio che anche l'ateo si senta interpellato e questo fatto,
comunque lo si voglia capire e spiegare, merita un assoluto rispetto. Come il
sacerdote anche il medico nello svolgimento delle sue funzioni può muoversi in
prossimità di questo santuario e deve porre particolare attenzione a non
violarlo. Né lo Stato, né tantomeno la Chiesa in nome di un preteso bene comune
possono attentare contro la libertà della coscienza.
Mai il medico
può coartare la coscienza del paziente. Il suo dovere é di procurare con cura
la sua salute anche se disapprova la condotta che può averne causato la perdita
(malattia venerea, infezione dovuta a un aborto mal praticato, ecc.) né é
lecito approfittare della situazione di dipendenza per
"moralizzarlo". Niente impedisce, con questo, che se si deve favorire
il processo curativo o l'umanizzazione dell'exitus lo si aiuti a mettersi in
pace con la propria coscienza. Però questo deve esser fatto con il più grande
rispetto per la sua libertà per quanto consideri erronei i suoi giudizi.
Inoltre faciliterà l'approccio al malato da parte dei ministri religiosi o di
altre persone che, a suo giudizio, lo possano aiutare a vivere con senso la
malattia e anche la propria morte quale che sia la sua confessione religiosa o
ideologia.
5.1.2.3. Autonomia. La valorizzazione e il rispetto dell’autonomia, specie in
ambito sanitario è una conquista della modernità. Fino a non molti decenni
orsono, infatti, era presente ancora un forte paternalismo nel rapporto
medico-paziente per cui, in genere, decideva sempre il medico a cui il paziente
stesso “si affidava” consapevole di non avere conoscenze né competenze adeguate
per poter scegliere nel migliore dei modi. D’altra parte questi era pienamente
convinto che il medico avrebbe agito sempre per il suo bene.
Il “paziente
post-moderno” come viene chiamato oggi non ragiona più in questi termini. E’
cosciente infatti dei suoi “diritti” tra i quali quello alla vita e alla tutela
della salute hanno senza dubbio un ruolo prioritario. Ed è cosciente, inoltre,
di essere il solo titolare di tali diritti la cui difesa non può delegare ad
altri, almeno fino a quando si trova in condizione di intendere e di volere.
Tale
mutamento di prospettiva non è stato indolore e al vecchio paternalismo del passato, oggi non più accettabile, si è
sostituito spesso un esasperato contrattualismo
per cui il rapporto tra medico e paziente viene visto come un semplice
“contratto” di cui entrambi sono tenuti a rispettare le clausole. Ovviamente il
superamento di questo polarismo non può che essere quello di una vera e propria
alleanza terapeutica in cui il medico
cooperi col paziente, a realizzare il suo maggior bene, nel rispetto delle
reciproche scelte. Presupposto fondamentale perché tutto questo possa
realizzarsi nel migliore dei modi è un’adeguata comprensione di cosa sia
l’autonomia del paziente.
Secondo una
classica interpretazione una scelta può dirsi autonoma quando rispetta tre
presupposti. Il primo è quello dell’intenzionalità.
Deve trattarsi cioè di una scelta assolutamente “volontaria” e non semplice
“voluta”. In secondo luogo deve esserci la conoscenza
di ciò che si decide. Naturalmente tutto questo chiama in causa il problema
della verità al malato di cui si è parlato al paragrafo precedente e a cui si
rimanda. Infine deve esprimersi nell’assenza
di controllo esterno. Questo significa che non deve esserci nessuna forma
di coercizione (neanche quella che potrebbe derivare dall’autorevolezza
esercitata dal sanitario nei confronti del paziente o dal timore di un
possibile abbandono terapeutico da parte sua) né di manipolazione (ad esempio
l’alterare o il distorcere la verità anche se fatto nella presunzione di un
possibile bene del paziente stesso). Spesso viene pure inclusa tra questi
criteri l’assenza di “persuasione”, anche se più prudentemente crediamo che un
equilibrato e rispettoso tentativo di persuasione debba ritenersi addirittura
doveroso qualora abbia di mira l’effettivo bene del paziente.
Naturalmente
sul piano pragmatico questi criteri inerenti l’autonomia del paziente si
manifestano pienamente nel consenso
all’atto medico sia esso diagnostico o terapeutico, di cui si parlerà più
avanti.
5.2.1.4. Libertà di coscienza. Il diritto alla libertà di
coscienza, chiaramente formulato nell’art. 18 della Dichiarazione Universale dei diritti umani e inserito nelle
Costituzioni della maggior parte di Stati moderni viene esigito dalla
dimensione etica dell’essere umano e dall’autocomprensione della sua esistenza
come dono e come progetto da realizzare. Da quest’ambito non è esclusa la
dimensione religiosa dell’esistenza. A tal riguardo bisogna ricordare come la
Dichiarazione Dignitatis Humanae del
Concilio Vaticano II inizi proprio affermando che “la persona ha diritto alla
libertà religiosa”.
L’esercizio
di tale libertà, naturalmente, resta condizionato al principio generale della
responsabilità personale e sociale, cioè, al fatto che ogni uomo o gruppo
sociale è obbligato a tener conto i diritti
degli altri e i doveri nei
confronti degli altri e del bene comune. Questi limiti si concretizzano
nell’esigenza di un ordinamento giuridico che tuteli concretamente tale libertà
religiosa e difenda da un ingiusto proselitismo.
Ogni uomo e
tutta la chiesa hanno il diritto di testimoniare la propria fede. Il diritto
alla libertà religiosa include il diritto di dare questa testimonianza
rispettando sempre la giustizia e la dignità della coscienza altrui. Ma il
“proselitismo” è la corruzione di questa testimonianza, poiché è costituito da
ogni comportamento abusivo e impertinente nell’esercizio della testimonianza
cristiana che attenta alla libertà religiosa del prossimo. I principali
atteggiamenti da riprovare, secondo il Consiglio Mondiale delle Chiese e il
Segretariato per l’unità dei cristiani sono:
-
ogni tipo di pressioni fisiche, morali o sociali che sfociano
nell’alienazione o nella privazione del discernimento personale, della libera
volontà e della piena autonomia e responsabilità dell’individuo;
-
ogni beneficio materiale o temporale, offerto apertamente o in
modo indiretto come prezzo per l’accettazione della fede di colui che ne à
testimonianza;
-
ogni beneficio risultante dallo stato di necessità in cui
potrebbe trovarsi colui che riceve la testimonianza o dalla sua condizione di
debolezza sociale o mancanza dio istruzione in vista di convertirlo al proprio
credo;
-
ogni cosa che può suscitare sospetto sulla buona fede
dell’altro;
-
ogni allusione priva di giustizia o carità verso i credenti di
altre comunità cristiane o religioni non cristiane, in vista di fare adepti;
gli attacchi offensivi che feriscono i sentimenti di altri cristiani o membri
di altre religioni.
5.1.3. Programmi di Umanizzazione e
Pastorale
5.1.3.1 Programmi di Umanizzazione. Se é
certo che un ospedale che non sta al passo con la scienza e la tecnica può
adagiarsi ai piedi delle stesse e pertanto non avere più interlocutori, non é
meno certo che la scienza e la tecnica comportino dei rischi.
La costante
evoluzione, la continua comparsa di nuove équipes e tecniche di lavoro, recano
in sé il pericolo di mettere da parte
la persona umana, tanto il professionista quanto il paziente. Poiché in
molti dei processi lavorativi, da un ruolo fondamentale questo passa ad averne
uno secondario e, a secondo delle tecniche, persino irrilevante. Pensiamo ad
esempio a tutti i servizi di diagnosi o di procedure informative, ecc. dove
prima la figura del professionista era imprescindibile per un adeguato operato,
mentre adesso vi sono casi in cui il suo ruolo é secondario o inesistente.
Tutta questa
evoluzione, non é neutrale alla risposta della persona, non sta ai margini
della sua sensibilità anche se spesso corre il rischio di rimanervi. La
tendenza verso un certo isolamento, verso una segregazione e un dispotismo
tecnologico può presentarsi a maggior ragione quando si tratta col malato,
soggetto passivo di tutta questa attività professionale: tutto per il malato ma
senza il malato.
Per questo é
imprescindibile la realizzazione di programmi di umanizzazione nei Centri e
nelle opere. Intendiamo riferirci non solo alla attuazione di servizi ma alla
pianificazione di effettivi programmi di umanizzazione.
Si deve
ottenere che tutti i professionisti che attuano un servizio assistenziale si
sentano chiamati ad aver cura del malato, della sua persona e della sua
famiglia. In questo consisterà l'umanizzazione delle opere di San Giovanni di
Dio, nel far sì che tutti gli operatori sanitari lavorino per il malato e con
il malato, impiegando i migliori mezzi tecnici a servizio della persona
assistita.
5.1.3.2. Pastorale socio-sanitaria. Il malato o bisognoso ha perso
la sua salute, cosa che mette in crisi tutta la persona.
Ma poiché siamo convinti che la fede in Gesù Cristo sia
una fonte di salute e di vita, ne consegue che la persona in crisi perché
malata, possa esser messa in contatto con la sua dimensione di fede, se questa
esiste, affinché l'incontro di entrambe (fede e crisi) possa convertirsi in
sorgente di salute integrale.
Uno dei
grandi valori della nostra società é il pluralismo che ha acquisito. Ormai sono
passati i tempi in cui i regimi politici venivano imposti, come veniva imposta
l'autorità e così pure la fede e la religione.
La fede é un dono e come tale si può accogliere o rifiutare, mettere da
parte o coltivare perché possa crescere e maturare.
Nelle nostre opere abbiamo voluto una presenza
pluralistica di professionisti. Pertanto vi sono persone che hanno accolto il
dono della fede e lo hanno fatto maturare
e altre che non lo hanno fatto. Similmente, nei nostri centri vengono persone
che hanno ricevuto il dono della fede e lo hanno fatto maturare ed altre no.
Vogliamo servirli ed aiutarli tutti. Con tutti vogliamo percorrere un cammino
che permetta loro di ricapitolare la loro storia personale, valorizzando questo
momento di crisi che suppone la perdita della salute.
Dalla
accettazione del limite e della dipendenza che comporta l'infermità o
l’emarginazione, potremo accompagnarle a riscoprire la loro storia, il loro
essere e il senso della loro vita. Questo si dovrà fare con sensibilità e
rispetto, al ritmo che il malato o il bisognoso sia in grado di sostenere o,
per meglio dire, al passo che loro vanno segnando. Con quelle persone che
sentono in se stesse il dono della fede potremo celebrare in forma esplicita
questo processo ma sempre in funzione del grado di crescita e di maturità che
hanno acquisito.
I nostri
Centri, sanitari e sociali, sono opere della Chiesa e pertanto la loro missione
é di evangelizzare partendo dalla cura e dall'attenzione integrale ai malati e
bisognosi, secondo lo stile di San Giovanni di Dio. Parlare di attenzione
integrale implica l'occuparsi e il curare la dimensione spirituale della
persona come una realtà essenziale, organicamente correlata con altre
dimensioni dell'essere umano: biologica, psicologica e sociale.
La dimensione
spirituale va molto al di là del riduttivamente "religioso" anche se
lo comprende. Molte persone trovano in Dio le risposte alle grandi domande
della vita mentre per altre il dato della fede in Dio non é significativo nella
propria vita e quindi le cercano in altre realtà. D'altra parte Dio non ha per
tutti lo stesso significato, né é per tutti lo stesso, né é uguale per tutti
l'esperienza che se ne può fare.
A tutti i
malati e gli emarginati, nel rispetto e nella libertà, dobbiamo accostarci e occuparci delle loro necessità spirituali,
senza alcun protagonismo e recando loro ciò di cui hanno bisogno nella misura
in cui possiamo farlo.
E' certo che
la malattia, l'emarginazione o la povertà sono occasioni per porsi molte domande
circa il senso della vita e la presenza salvifica di Dio. Per questo e in modo
diversificato dobbiamo accompagnare e rispondere, se é il caso, a queste
situazioni. Da qui deriva la nostra preoccupazione per la pastorale della
salute e dell'emarginazione.
La pastorale
é l'azione evangelizzatrice di accompagnare le persone che soffrono, offrendo
con la parola e la testimonianza la Buona Novella della salvezza, così come ha
fatto Gesù Cristo sempre nel rispetto delle credenze e dei valori delle
persone.
Il Servizio di Pastorale ha come
missione prioritaria di occuparsi delle necessità spirituali dei malati e dei
bisognosi, delle loro famiglie e degli operatori sanitari. Ciò richiede una
struttura adeguata che include personale, mezzi e un piano che garantisca il
compimento della sua missione.
L'équipe Pastorale
é formata da persone preparate e totalmente dedite al lavoro pastorale del
Centro, le quali sono collaborate da altre persone impegnate nel progetto, sia
dedite a tempo parziale, sia sotto forma di volontariato. Deve esserci un piano
di azione pastorale e un programma concreto in funzione delle necessità del
Centro e delle persone che vi vengono curate. Vi saranno delle linee guida di
azione pastorale tanto per ciò che riguarda i contenuti filosofici che quelli
teologici e pastorali. A partire da queste linee si deve elaborare un piano
pastorale cercando sempre di rispondere alle vere necessità spirituali dei
malati, dei familiari e degli operatori. Si dovranno evidenziare gli obiettivi,
le iniziative con i relativi parametri valutativi, distinguendo le distinte
aree o i tipi di utenti del Centro, programmando per ciascuna area la pastorale
più concreta ed adeguata.
L'équipe
pastorale dovrà curare molto bene la sua formazione, al fine di stare al passo,
aggiornarsi professionalmente e spiritualmente per poter servire meglio le
persone. Un buon aiuto per l'équipe pastorale può essere il Consiglio pastorale
che é composto da un gruppo di professionisti del centro, anche se non
esclusivamente, sensibili alla realtà pastorale la cui principale funzione é
riflettere e orientare il lavoro dell’équipe.
5.2.
Problemi specifici della nostra azione assistenziale
5.2.1. Sessualità e procreazione
5.2.1.1. Procreazione responsabile. La
procreazione umana costituisce la via attraverso cui Dio coopera con l'uomo che
liberamente si fa strumento del suo atto creativo attraverso la generazione. Da
ciò scaturisce l'alto valore del generare umano che, per questo, viene affidato
alla procreazione responsabile da parte della coppia(3). Tale
responsabilità procreativa rende la coppia attenta al duplice significato,
unitivo e procreativo della sessualità coniugale. Nella realizzazione di tale
alto compito la coppia si orienterà alla luce della parola Dio e degli insegnamenti
della Chiesa responsabilmente recepiti nell'irripetibile singolarità della
propria coscienza.
Nei
Centri dell'Ordine dovranno essere favorite tutte quelle strutture che, secondo
tipologie modalità proprie alla
situazioni sanitarie e culturali dei vari Paesi possano favorire una effettiva
responsabilità procreativa anche attraverso un adeguato counselling.
Tali
criteri ispireranno anche le prestazioni professionali degli operatori sanitari
sia nella pratica di tipo ambulatoriale che negli interventi in regime di
ricovero.
5.2.1.2. Interruzione della gravidanza.
La vita umana é un valore universalmente riconosciuto anche se percepito con
diverse sensibilità storiche e culturali. Il suo rispetto e la sua tutela sta a
fondamento di tutte le professioni e le organizzazioni sanitarie.
La tutela della vita si estende dal suo inizio fino alla
naturale estinzione indipendentemente dalle modalità e circostanze della
fecondazione, del suo stato di salute prima e dopo la nascita, dalle sue
espressioni relazionali, dalla sua accettazione sociale. Anzi, ogni situazione
di precarietà esistenziale, sull'esempio di S. Giovanni di Dio, costituisce
motivo di impegno, individuale e comunitario, per la custodia del dono che Dio
affida alla cura dell'uomo.
Nel ritenere
inviolabile la vita umana viene formulato un principio etico a cui attenersi
indipendentemente dalle complesse questioni teologiche relative al momento
della "animazione" (sia che questa avvenga al concepimento che in una
fase successiva). Secondo le equilibrate e prudenti posizioni della Donum Vitae e dell'Evangelium Vitae l'essere umano va rispettato "come una
persona" fin dal suo concepimento(4).
L'inviolabilità
della vita umana esclude pertanto che nelle opere dell'Ordine Ospedaliero possa
praticarsi non solo l'aborto volontario ma anche altri interventi che di fatto
sopprimono la vita nelle sue fasi iniziali o ne impediscono il regolare
sviluppo.
Così pure si
dovrà porre particolare attenzione affinché le procedure di diagnosi prenatale
non vengano esclusivamente finalizzate all'interruzione della gravidanza
qualora evidenzino malformazioni fetali. Anzi il positivo impegno per la vita e
l'accoglienza del più debole e bisognoso, qual é un soggetto malformato,
esigono in fedeltà al carisma di S. Giovanni di Dio, una sua più concreta e
fattiva accoglienza. Questo é ancora più necessario in quanto la cultura
dominante e le politiche di molti Stati tendono a negare la vita al soggetto in
qualche modo "imperfetto". La possibilità che nelle opere dell'Ordine
si effettui tale diagnosi esige che al tempo stesso siano proprio le stesse
opere, a istituire qualificati Centri di counselling
per la coppia e la famiglia in difficoltà a causa della nascita di un figlio
malformato.
Con analogo
criterio é necessario che la riprovazione dell'aborto volontario non si traduca
in disprezzo per chi lo pratica. Con carità cristiana, anzi, le nostre opere
dovrebbero divenire Centri non solo di accoglienza alla vita ma anche di
"ricostruzione" di un esistenza spesso profondamente turbata
dall'aver praticato un'interruzione della gravidanza. Non solo la condanna
dell'errore non deve tradursi in condanna dell'errante ma deve, trasformare
mediante l'amore, l'errante in una persona consapevole del suo errore ma al
tempo stesso fiducioso nell'immancabile
perdono di Dio.
L'illiceità
di praticare l'interruzione volontaria della gravidanza non esclude che possano
praticarsi interventi farmacologici o
chirurgici, volti a salvaguardare la salute della madre e che possano avere anche come effetto la morte del feto,
purché questa non sia direttamente voluta, non venga ottenuta attraverso l'intervento stesso, e questo
sia indifferibile(5).
5.2.1.3. Riproduzione assistita.. Sono molte le coppie sterili che
ricorrono alle tecniche della riproduzione
assistita come risorsa efficace per superare un problema che non dipende dalla
loro volontà.
Nessun centro dell’Ordine può
offrire questo servizio, se non è altamente qualificato e riconosciuto. In tal
caso consideriamo eticamente accettabile l’aiuto alle coppie per mezzo delle
tecniche di riproduzione assistita che permettono un esito procreativo alla
loro intimità sessuale(6) utilizzando gameti della coppia, nel
rispetto della vita dell’embrione.
Qualora circostanze di politica
sanitaria dovessero esigere altri interventi, bisognerà individuare soluzioni
accettabili o ricercare alternative. A tal fine i Comitati di Etica o Bioetica
possono essere un eccellente aiuto.
5.2.2. Donazione di organi e trapianti
5.2.2.1. Tipologie del trapianto. Le moderne
possibilità offerte dalla trapiantologia costituiscono una delle maggiori sfide
etiche del nostro tempo invitandoci ad acquisire una nuova dimensione della
solidarietà interpersonale. Donare i propri organi dopo la morte dovrebbe esser
ritenuto un vero e proprio dovere da parte di ogni uomo e, a maggior ragione,
di ogni cristiano. L'Ordine Ospedaliero, in questo, si unisce agli sforzi
dell'intera collettività per incarnare e diffondere una "cultura del
dono". Al di là degli aspetti di ordine legislativo che possono rendere
più o meno esplicito il consenso al prelievo di un organo dopo morti, tale
dimensione del dono non dovrebbe essere mai persa.
Evidentemente
occorre un lavoro di carattere culturale per superare certe remore che ancora
possono esservi nei confronti del prelievo di organi dal cadavere, relative a
una malintesa "sacralità" del cadavere stesso(7). In tal
senso la duplice collocazione dell'Ordine, quale espressione di un organismo
ecclesiale da un lato e di una struttura sanitaria dall'altro potrebbe
contribuire al loro superamento. Non bisogna infatti trasformare il doveroso
culto dei morti di cui é ricca la pietà cristiana, in un culto dei cadaveri.
Un problema
diverso si pone per il trapianto tra viventi. Pur essendo un gesto di grandissima
e a volte eroica oblatività proprio per le sue caratteristiche di non
ordinarietà non può ritenersi eticamente doveroso al pari della donazione
post-mortem. Rientra in quegli atti straordinari a cui non si é tenuti in senso
stretto ma che sono espressione di grande e ammirevole generosità.
5.2.2.2. La morte cerebrale. Ai fini del
prelievo di organi da cadavere si pone il delicato problema dell'accertamento
della morte cerebrale. Evidentemente solo da un soggetto effettivamente morto
si può prelevare un organo. Proprio per questo oggi esistono rigorosi criteri
per il suo accertamento di cui bisogna "fidarsi". Un individuo é
morto quando in base ad alcuni parametri di ordine clinico e/o strumentale non
vi é più alcuna attività, irreversibilmente, tanto nella sua corteccia
cerebrale che nel tronco encefalico(8). Questi sono criteri
sufficienti, riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale e che non
devono esser messi in crisi da notizie più o meno sensazionalistiche divulgate
dai massmedia. La morte infatti é un processo,
non un evento e, pertanto la fine dell'esistenza terrena non costituisce la morte di tutto l'organismo (che in
alcune sue componenti continua a vivere
anche dopo la cessazione dell'attività cerebrale) ma la morte dell'organismo come un tutto.
5.2.2.3. Utilizzo di tessuti embrio-fetali. In alcune patologie, in modo particolare di
tipo ematologico o neurologico viene da tempo utilizzato il trapianto di
tessuti fetali (cellule epatiche, cerebrali, ecc.). Poiché in genere i soggetti
da cui viene effettuato il prelievo sono feti abortiti volontariamente, questo
pone un delicato problema etico circa l' "uso" di tali soggetti, la
possibile "strumentalizzazione" dell'atto abortivo e la validità del
consenso sottoscritto dalla madre. Di per sé l'uso di tessuti embrio-fetali,
una volta ponderato un giusto bilancio tra rischi e benefici non dovrebbe
costituire un problema etico. Tuttavia si dovrà evitare qualsiasi più o meno
tacita istigazione all'aborto o la considerazione di tali feti come "vite
a perdere" e sui cui quindi sarebbe possibile fare di tutto. La loro
dignità di esseri umani dovrà essere comunque rispettata, così come tale gesto
pur se in grado di salvare altre vite umane, non dovrà essere legittimante
dell'atto abortivo. (9)
5.2.3. Malati cronici e terminali
5.2.3.1. Eutanasia. Il rispetto per la
vita che comincia fin dal suo inizio si estende a tutto l'arco della sua
esistenza, fino alla sua fine naturale(10).Con la dizione di
eutanasia intendiamo la morte che sia procurata o ricercata sia con procedure
che deliberatamente e volontariamente possano causarla (eutanasia attiva) sia omettendo o astenendosi da
procedure che possano evitarla. Quest'ultima viene impropriamente definita
eutanasia passiva, dizione ambigua e
impropria: o si tratta di una deliberata soppressione della vita (operata sia
commettendo che astenendosi) o si tratta solo dell'evitare un inutile
accanimento terapeutico (ma allora non é eutanasia).
Per lo stesso
principio del duplice effetto già applicato all'aborto volontario, non costituisce un atto di eutanasia
quell'intervento che si proponga di intervenire per migliorare una condizione
patologica dell'individuo (ad esempio per eliminare il dolore) ma da cui possa anche conseguire, in modo inevitabile e non
voluto una possibile anticipazione della sua morte.
Il dovere di
garantire a tutti una morte degna dell'uomo comporta in ogni caso la sua cura fino all'ultimo istante di vita. La
profonda differenza che esiste tra terapia (cure)
e cura (care) fa sì che non vi siano
malati in-curabili, anche se ve ne sono alcuni in-guaribili. L'alimentazione
parenterale, la detersione delle ferite, l'igiene corporea, le adeguate
condizioni ambientali sono diritti ineludibili di cui ogni malato non può
essere privato fino agli ultimi istanti della sua esistenza.
5.2.3.2. Testamento vitale. Il
"testamento vitale" (living
will) é un documento che esprime la volontà della persona a che siano
rispettati i suoi valori e le sue convinzioni se un giorno, per effetto di una
lesione o di una infermità, sia incapace di manifestarla. In concreto chiede
che sia mantenuto il diritto, in queste circostanze, a non esser sottoposto a
trattamenti sproporzionati o inutili; che non si prolunghi il processo del
morire in modo irragionevole e che si allevino le sofferenze con farmaci
appropriati anche se questo dovesse avere come effetto una minore durata della
vita.
Formulato in
questo modo e come dichiarazione di intenti, non vi é dubbio alcuno che il
testamento vitale é buono e raccomandabile. Infatti esplicita la volontà del
paziente su come desideri essere trattato dai medici alla fine della sua vita.
Oggigiorno il testamento vitale non ha forza legale in senso stretto. Per
questo un ampio settore della società reclama, con insistenza e motivatamente,
la sua tutela giuridica in modo tale che, in caso di conflittualità, possa ricorrere al tribunale per risolvere
il contenzioso in base a una legislazione specifica.
La Chiesa non
può accettare in alcun modo che si provochi la morte anche se questa dovesse
essere la volontà dell'interessato, liberamente espressa. Il limite del
disporre della propria vita con l'intervento di terzi, in caso di malattia o
invalidità incurabile e permanente, fino a provocare direttamente la morte,
segna la differenza tra il testamento vitale accettabile per i cattolici e
altre sue modalità espressive.
Oltre al
testamento vitale si devono prendere in considerazione altre forme di
protezione dei diritti del malato quando per incompetenza del paziente debbano
intervenire terzi. Questo comporta il riconoscimento giuridico della figura di
un tutore delegato a prendere le decisioni mediche. Questa persona, scelta dal
paziente, avrà il potere di decidere, come se si trattasse del paziente stesso,
le azioni che possano tutelare maggiormente il suo bene, integralmente
considerato.
5.2.3.3. Proporzionalità delle cure e
accanimento terapeutico. Per quanto orientati alla promozione della salute,
i nostri ospedali non possono considerare la morte come un fenomeno estraneo,
che debba essere emarginato, ma come parte integrante del corso della vita,
particolarmente importante per la realizzazione piena e trascendente del
malato. Conseguentemente ogni malato deve esser soddisfatto nel suo diritto a
non essere impedito, anzi facilitato, nell'assumere responsabilmente, in
armonia con la sua religione e il suo senso della vita, l'evento della propria
morte. (11) Ad esso si
opporrebbe l'occultare la verità o il privarlo, senza vera e urgente necessità,
delle sue abituali relazioni con la famiglia, gli amici, la comunità religiosa
e ideologica. Solo così si realizzerà, anche in questi momenti definitivi
dell'esistenza, la umanizzazione della Medicina.
Naturalmente
questo comporta il vivere con piena responsabilità e dignità il momento della
propria morte. Se, da un lato, questo non può essere direttamente provocato,
dall'altro non si deve insistere in trattamenti che non influiscono
significativamente sul prolungamento della vita o sulla sua qualità, protraendo
solo l'agonia in un inutile accanimento terapeutico. Ognuno ha diritto a morire
con dignità e serenità senza inutili tormenti, ponendo in atto tutti e solo i
trattamenti che appaiano effettivamente proporzionati. (12)
5.2.3.4. Cure palliative .
Possiamo dire che l'uomo, fin dai primordi, abbia praticato cure palliative
tutte le volte che si è fatto
carico della fase "terminale" di un malato supportandola con
tutti i rimedi disponibili ma anche aiutandolo, confortandolo, accompagnandolo
alla morte. Oggi abbiamo una concezione più elaborata di tali cure unitamente a
una loro specifica strutturazione operativa (negli hospices, nelle unità di cure palliative, ecc.) che ci consentono
di non abbandonare al suo destino il paziente affetto da una patologia
inguaribile. Le cure palliative si presentano così come "cure totali"
offerte alla persona in una globale relazionalità di aiuto che si fa carico di
tutti i suoi bisogni assistenziali. (13)
In realtà la cura palliativa è esattamente quello che c'è da fare per quel malato. Non sarà certo la guarigione, perché questa è impossibile ma tutta una
serie di provvedimenti (a volte
anche tecnicamente impegnativi) per garantire una buona qualità della
vita, per il tempo in cui questa gli
rimane.
Alla luce di
queste considerazioni le istituzioni dell'Ordine Ospedaliero che si occupano di
pazienti in una fase avanzata della loro malattia dovrebbero predisporre, per
quanto possibile, unità di cure palliative destinate a rendere più sopportabile
al paziente la fase finale della malattia e, nello stesso tempo, assicurare al
paziente un accompagnamento umano adeguato.
5.2.4. Problemi relativi alla ricerca con
soggetti umani
5.2.4.1. Sperimentazione clinica. La
ricerca costituisce da sempre uno dei principali "motori" con cui é
andato avanti il progresso della medicina. Ad essa, unitamente ad alcune
scoperte fortuite come quella degli antibiotici o dei raggi X, dobbiamo le
attuali conquiste della scienza. Oggi la ricerca non la si effettua più nel
chiuso di un laboratorio o sull'animale ma direttamente sull'uomo. Tale
procedura sperimentale non é un optional
che alcuni ricercatori vogliono realizzare ma é diventata oggi una necessità
ineludibile soprattutto per ciò che riguarda i nuovi farmaci. Dopo il
laboratorio e l'animale ogni farmaco deve essere saggiato per la prima volta
sull'uomo. Non si tratta, ovviamente, di utilizzare l'uomo come una cavia ma di
mettere a punto nel migliore dei modi una modalità terapeutica di cui lo stesso
soggetto su cui si sperimenta e/o altri potranno trarre giovamento. Questo può
avvenire solo ad alcune rigorose condizioni ormai fissate da numerose Carte e
dichiarazioni internazionali. (14) E poiché tale ricerca si effettua
prevalentemente nelle strutture di ricovero, é importante che i nostri Centri
siano edotti ed attenti a tali condizioni.
La prima di
queste é che ogni sperimentazione parta da una presunzione di beneficità. Cioè
l'immissione nel mercato di un presidio terapeutico prima inesistente o di uno
migliore rispetto ad un altro per varie possibilità: maggiore efficacia, minori
rischi, minore costo, maggiore facilità di somministrazione, ecc.
Ovviamente
ogni sperimentazione dovrà essere effettuata col consenso dell'interessato.
Perché tale consenso sia valido esso deve essere fondamentalmente libero.
Questo significa che nessuna forma di costrizione potrà essere esercitata,
neanche implicita o di carattere "morale" come potrebbe essere
l'influsso dell'autorevolezza medica o la paura di non essere più curati
adeguatamente.
Inoltre
tale il consenso dovrà essere "informato" rendendo il paziente edotto
circa il suo inserimento in una sperimentazione clinica, i suoi possibili
rischi e benefici, le alternative, le garanzie assicurative, ecc. Quale condizione previa perché il consenso
sia realmente informato é indispensabile che il paziente sia adeguatamente a
conoscenza del suo stato di malattia. Non si può mai nascondere indefinitamente
e sistematicamente la verità al malato che, viceversa deve essere sempre
consapevole delle sue condizioni di salute. Naturalmente questo non significa
che tale comunicazione di verità non possa essere graduale, differita nel
tempo, condivisa con i familiari. Né che si debba ostinatamente violentare la
coscienza del malato qualora questi abbia espresso il desiderio di non
conoscere la verità. Né ancora che tale verità debba essere minuziosa entrando
nel merito di qualunque lontano e ipotizzabile effetto collaterale: é
sufficiente che si sia adeguata.
Per
una più organica modalità di ottenimento del consenso potrà essere opportuno
che le varie Case o le Provincie producano un'apposita modulistica da adoperare
nella pratica clinica dei vari Centri. E' di fondamentale importanza che tutti
gli operatori sanitari capiscano come la richiesta del consenso non é una
procedura di carattere legale tesa a salvaguardare il medico ma un diritto del
paziente e come tale comporta una specifica doverosità etica da parte degli
operatori stessi.
5.2.4.2 Ricerca su persone incapaci e gruppi
vulnerabili. Quanto sopra detto riguarda naturalmente la sperimentazione
clinica effettuata su soggetti giuridicamente ed eticamente competenti, cioè in
grado di comprendere perfettamente quanto viene loro detto e fatto, e di
formulare un consenso pienamente consapevole. Ma la sperimentazione non riguarda
solo tali soggetti né la si può limitare ad essi. Ne rimarrebbero esclusi,
infatti, pazienti come i bambini, i malati di mente o i soggetti in coma pur
essi bisognosi di nuovi ritrovati terapeutici. Proprio per questo si dovrà
pensare ad opportune forme di "delega" affidate a soggetti che per i
loro specifici legami affettivi con il paziente o per la loro funzione
istituzionale si presume facciano sempre l'interesse del paziente stesso. A
queste condizioni e valutata l'accettabilità del rischio che il paziente corre
in rapporto ai potenziali benefici, tale sperimentazione potrà essere
lecitamente condotta.
Una
particolare problematica si presenta inoltre per le possibile sperimentazioni
condotte su soggetti sani. Difficilmente uno di loro sarebbe disponibile a
sottoporsi a una tale sperimentazione senza averne nulla in cambio. Il più
delle volte, infatti, tali soggetti sono carcerati ai quali viene offerto uno
sconto di pena. Spesso tale prassi viene giustificata per una sorta di
"tributo" che così pagherebbero nei confronti della società. Altre
volte tali soggetti sono studenti che vengono in qualche modo rimborsati per la
prestazione effettuata o altre volte ancora, vere e proprie "cavie
umane" reclutate nei Paesi del Terzo Mondo dietro un miserevole compenso.
E' inutile dire come in tali casi manchi il requisito fondamentale della
libertà nell'adesione alla sperimentazione e come tali comportamenti si
rivelino lesivi della dignità umana. Nei nostri Centri, pertanto occorrerà
vigilare sempre perché anche una possibile sperimentazione su soggetti sani venga condotta previo un loro
consenso assolutamente libero e con l'adeguata garanzia dell'assenza di rischi
significativi.
5.2.4.3. Feti ed embrioni. Per ciò che
riguarda la sperimentazione prenatale possono darsi due evenienze fondamentali.
La prima é costituita dalla sperimentazione sugli embrioni sovrannumerari
frutto di tecniche di fecondazione in vitro. Spesso questa viene eseguita con
considerazioni di carattere pseudoumanitario valutando che, rispetto alla
soppressione o ai rischi del congelamento, sarebbe in ogni caso preferibile
"utilizzare" così l'embrione. La seconda evenienza é data dalla
sperimentazione eseguita su donne gravide che abbia chiesto di interrompere la
gravidanza. Anche in questo caso verrebbe così "utilizzato" un feto
destinato ad essere in ogni caso perso. In realtà tali considerazioni, per
quanto utile possa risultare tale ricerca per altri esseri umani fanno sì che
l'uomo venga deliberatamente strumentalizzato, sia pure per una nobile causa,
non essendo più "fine" ma semplice "mezzo". (15)
Diversa da
questa é la situazione in cui una terapia sperimentale, sia pure con tutti i
rischi che comporta viene impiegata per un possibile beneficio da apportare al
feto su cui viene sperimentata. Tale beneficio, ovviamente, dovrà essere
potenzialmente superiore al non eseguire la sperimentazione stessa o all'uso di
un'altra terapia.
5.2.4.4. Comitati di ricerca clinica e
comitati di etica. Per promuovere i diversi campi della ricerca clinica e
farmacologica, è opportuno che gli ospedali costituiscano comitati di ricerca
clinica. Questi comitati sono anche un’istanza formativa che ispira e promuove
momenti di riflessione, di informazione, di innovazione e di sensibilizzazione
nelle aree assistenziale, scientifica, didattica ed amministrativa.
Dall’altra
parte, i Comitati di etica che é
opportuno costituire o promuovere in tutte le opere del nostro Ordine, si
pongono oggi quali organi per la difesa dell'autonomia del paziente e il
rispetto dei suoi diritti. Nella loro strutturazione dovranno essere
adeguatamente rappresentate tutte le componenti della Casa a cui appartengono e
soprattutto dovranno esservi persone adeguatamente competenti sul piano etico.
Non tutti i
Paesi hanno apposite legislazioni in materia e spesso la fisionomia di tali
Comitati è diversa. In alcuni Paesi esistono Comitati “nazionali” mentre in
altri sono solo ospedalieri; alcuni si occupano solo di ricerca e altri solo di
problemi clinici; alcuni sono del tutto indipendenti, altri sono collegati a
una data istituzione, ecc.
In ogni caso
possiamo dire che, complessivamente, le funzioni che assolvono i Comitati di
Etica sono tre.
La prima é di
ordine autorizzativo. Ad essi infatti
compete l'esame dei trials sperimentali, sia di carattere medico che
chirurgico. In tale ambito i Comitati dovranno esprimere un ponderato parere
che tenga conto di tutte le condizioni di liceità che permettono la
sperimentazione stessa (razionale dello studio, proporzione rischi/benefici,
tutela del paziente, consenso informato, ecc.).
In secondo
luogo i Comitati hanno funzione consultiva
ove vengano specificamente interpellati da terzi (personale sanitario,
pazienti, enti esterni) per formulare un parere su questioni di rilevante
impegno etico o per illuminare situazioni conflittuali per la coscienza degli
operatori.
Infine i
Comitati hanno una funzione culturale
potendo formulare linee-guida su aspetti comportamentali di rilievo etico o
promuovendo con varie iniziative (convegni, pubblicazioni, ecc.) una maggiore
competenza etica da parte del personale e delle istituzioni sanitarie.
Inoltre, i
Comitati possono avere una notevole ricaduta di ordine formativo potendo ritenersi anzi veri e propri strumenti di
formazione per promuovere la sensibilità etica da parte sia dei religiosi che
dei collaboranti operanti nei centri.
5.2.5. Problemi etici in rapporto alla
medicina predittiva
5.2.5.1. La comunicazione di diagnosi. Le
moderne possibilità offerte dalla medicina predittiva, praticata in molti dei
nostri Centri, offre problemi bioetici finora inediti. Il primo di questi
riguarda la comunicazione di diagnosi. A chi dovrà essere fatta?
All'interessato, ai suoi familiari, a entrambi? Il criterio etico generale
relativo alla verità da comunicare al paziente ci dice che titolare
prioritario, se non esclusivo, di tale diritto, é lo stesso malato,
indipendentemente dalla gravità della malattia. Anzi proprio in quelle a
prognosi infausta il problema si pone con maggiore urgenza.
La situazione
delle malattie genetiche non dovrebbe costituire motivo di eccezione a tale
regola. Tuttavia la particolarità relativa a molte di queste malattie la cui
espressione clinica potrebbe coinvolgere i membri della famiglia spinge a porsi
il suddetto interrogativo. Ovviamente in questa sede non é possibile
approfondire ulteriormente il problema rinviando solo a un attento esame delle
singole situazioni che tenga conto dei "diritti" di tutte le persone
in gioco con una assoluta priorità del malato (che non potrà essere mai defraudato
di un realtà che lo riguarda così profondamente) ma tenendo anche nel debito
conto, se il caso lo richiede, le giuste esigenze dei suoi familiari.
5.2.5.2 Assetto genetico e tutela della
riservatezza. Nel prossimo sviluppo delle scienze mediche si delinea
l'orizzonte di una piena conoscenza dell'assetto genetico dell'individuo, non
solo per ciò che riguarda la sua struttura fisiologica ma, ed é ciò che più
conta, per valutarne le possibili patologie. Se questo da un lato é la premessa
indispensabile per una loro futura correzione (ingegneria genetica) tale
possibilità pone nuovi interrogativi etici.
Il primo di
questi é dovuto alla riservatezza dei tali dati che, custoditi in apposite
"banche genetiche", potrebbero costituire un pericoloso elemento di
ritorsione o di semplice invasione nella vita dell'individuo. Il problema in
realtà non é diverso da quello che potrebbe comportare l'invasione di un
archivio clinico o informatico. Pone solo in termini diversi un problema
vecchio che é quello della riservatezza dei dati individuali. Forse ciò che in
questo caso più colpisce é la profondità e l' "intimità" di una tale
possibile invadenza che penetra nelle più segrete fibre della struttura umana.
Ma i criteri da applicare alle altre situazioni dovrebbero potersi trasferire a
questa.
Strettamente
correlato a questo problema é quello relativo a una sorta di "carta di
identità genetica" dell'individuo, ultimo traguardo di quell'auspicata
medicina predittiva di cui tanto di parla. Quali problemi potrà causare un tale
strumento? Come inciderà sulla psiche dell'individuo il sapersi portatore di
varie malattie genetiche non sempre clinicamente espresse ma potenzialmente
tali? Come influirà nei problemi relativi alla scelta di un partner? In fondo
fino ad oggi si é sempre detto che é giusto prevenire le malattie genetiche con
opportuni esami prematrimoniali. Questo costituirebbe l'ultimo e insuperato
strumento. Potrà condizionare le scelte affettive dell'individuo? Indubbiamente
si tratta di uno scenario lontano ma al quale é opportuno iniziare a
prepararsi.
Un ultimo
aspetto, più pragmatico ma non meno importante riguarda le implicanze di ordine
professionale e assicurativo. Non é escluso che il datore di lavoro possa un
domani richiedere (come fa oggi con un semplice certificato medico) la
"carta di identità genetica" magari escludendo quei lavoratori che
risultino non essere idonei, in atto o in futuro. Questo costituirebbe una
grave forma di discriminazione lavorativa e, di fronte a una tale evenienza, la
filosofia assistenziale dei nostri Centri dovrebbe prevedere eventuali misure a
garanzia di tali lavoratori che forse potrebbero costituire una delle
"nuove povertà" del futuro.
5.2.6. Problemi etici nelle situazioni di
emarginazione
5.2.6.1.
Tossicodipendenti. Per quanto presso tutti i popoli e in ogni epoca
siano esistite forme di dipendenza fisica e/o psichica da varie sostanze spesso
a sfondo magico-religioso, solo oggi tale problema ha assunto dimensioni
etico-sociali di vasta portata. Le principali motivazioni sono dovute alla
diffusione di tale fenomeno, alla sua prevalenza nelle fasce giovanili della
popolazione, al danno individuale e sociale che il ricorso a tali sostanze
comporta.
Il problema,
di grande complessità, interpella fortemente l'Ordine Ospedaliero che ne viene
investito a vario titolo. Innanzitutto per le componenti tipicamente sanitarie
che esso comporta: prestazioni di primo soccorso, procedure di disassuefazione
clinica, trattamento medico delle complicanze.
In secondo
luogo per gli interventi di ordine psicologico-educativo finalizzati al
definitivo superamento della dipendenza psichica. Se, infatti, é relativamente
semplice superare l'assuefazione fisica, non altrettanto può dirsi per quella
psichica. Se manca, infatti, una proposta forte in grado di riempire il vuoto
di valori che porta alla tossicodipendenza il soggetto non riuscirà mai a
vincere la sua battaglia contro l'abuso di sostanze. Questa é la ragione,
d'altra parte, perché nel mondo la Chiesa é presente con varie strutture
(Centri di accoglienza, comunità terapeutiche) che hanno consentito il recupero
e il pieno reinserimento sociale dei tossicodipendenti.
Infine non va
trascurata la dimensione sociale di un tale impegno da parte dell'Ordine
Ospedaliero pienamente corrispondente al suo carisma. Non v'è dubbio, infatti,
che la tossicodipendenza rientri tra quelle "nuove" povertà di cui
oggi si parla e da cui l'Ordine deve sentirsi fortemente interpellato.(16)
Le suddette
attività, naturalmente, non dovranno svolgersi in dissonanza con i servizi e
gli interventi pubblici ma in modo complementare ad essi. Questo non significa
che si debbano necessariamente condividere provvedimenti legislativi o sociali
che non si ritengano in armonia con la missione carismatica delle nostre opere.
Alle
tossicodipendenze sono per certi versi assimilabili, altre forme di dipendenza,
come ad esempio quella alcolica. Il problema dell'alcolismo, infatti, in alcuni
Paesi del mondo raggiunge livelli di diffusione di gran lunga superiori a
quelli dell'uso di droga. Non solo ma le fasce sociali interessate sono assai
più variegate costituendo un ulteriore stimolo perché l'Ordine possa
efficacemente impegnarsi anche in quest'ambito.
5.2.6.2. Malati di AIDS. L'attuale
diffusione di tale patologia e le peculiarità di ordine sociale che comporta
necessitano una valida risposta da parte del nostro Ordine sintetizzabile in
varie adempienze.
La prima di
queste dovrà essere di tipo culturale evitando nell'atteggiamento interiore e
nei conseguenti comportamenti ogni
prassi discriminante. Questo si rende particolarmente necessario in tutte
quelle situazioni di carattere sanitario in cui il soggetto sieropositivo o con
AIDS conclamata si trovi all'interno di ospedali generali per vari motivi
(pronto soccorso, necessità di intervento chirurgico, ecc.) condividendo con
altri malati e visitatori la sua condizione di degenza.
Tale
atteggiamento di accoglienza dovrà poi esprimersi più appropriatamente e in
spirito di specifica attuazione di una dimensione carismatica, in apposite
strutture di soggiorno dei malati o di accompagnamento ai pazienti giunti alla
fase terminale della malattia. Anzi é opportuno che l'Ordine si faccia
promotore di tali strutture improntante di quello spirito cristiano che é stato
sempre orientato, sul piano assistenziale, alle persone più emarginate. Anzi,
sul piano dell'eredità storica non bisogna dimenticare come proprio
nell'assistenza a persone affette da varie malattie infettive si siano distinti
in passato, spesso eroicamente, molti nostri religiosi.
Unitamente
alle suddetta presa in carico di questi malati, l'Ordine contribuirà all'opera
di prevenzione della patologia che sia prevalentemente centrata su
un'appropriata educazione valoriale. Qualora tali strategie si rivelino
inefficaci o insufficienti, ogni eventuale riduzione del danno dovrà essere
realizzata nell'effettiva consapevolezza che tali provvedimenti, a motivo della
loro fallibilità, non costituiscono una
garanzia assoluta per la prevenzione del contagio.
Inoltre, per
quanto possibile sarebbe auspicabile che l'Ordine collaborasse anche ad
attività di ricerca condotte da altri organismi o istituzioni sanitarie volte a
identificare nuovi rimedi di ordine terapeutico o preventivo per sconfiggere
definitivamente questo male.
Infine dovrà
porsi particolare attenzione perché la profonda comprensione umana, l'accoglienza, il rifiuto di ogni
emarginazione e di ogni presunta "condanna divina" espressa in tale
patologia non si traduca in una legittimazione dei comportamenti che ne sono
all'origine.
5.2.6.3. Portatori di handicap fisico e
psichico. Anche se la società contemporanea sembra aver riscoperto
l'attenzione nei confronti dei disabili, sia con la generica accettazione del
"diverso", sia con appositi
provvedimenti quali l'abbattimento delle "barriere architettoniche",
sul piano culturale permane un certo rifiuto di tale realtà. Questo si estende
dalla promozione di un eugenismo prenatale spinto alla soppressione
dell'embrione affetto da qualsiasi anomalia fino alla richiesta dell'eutanasia
per sopprimere il neonato malformato o l'adulto disabile.
Ma non
avrebbe senso biasimare tutto questo se, al tempo stesso, non si operasse in
modo tale da evidenziare l'accoglienza e l'amore che una vera società civile
deve evidenziare nei confronti dei suoi membri che si trovino svantaggiati. Una
società veramente a misura d'uomo non può essere orientata ai "forti"
ma ai "deboli". Pertanto,
oltre ad opere specifiche a sostegno dei portatori di handicap, l'Ordine
dovrebbe esercitare in quest’area una forte funzione di testimonianza.
Per la
frequente combinazione di handicap fisico e psichico, rimandiamo alle
considerazioni del paragrafo seguente. D'altra parte qualora l'handicap fosse
esclusivamente di tipo fisico, con ancora maggior forza si porrà l'impegno per
una riabilitazione integrale. In questa
prospettiva, non meno bisognosa di riabilitazione é la stessa società, spesso
incapace di riconoscere nel portatore di handicap una persona con problemi particolari.
5.2.6.4. Malati di mente e disabili
psichici. Com'è noto, per la personale esperienza biografica del nostro
Fondatore, costituiscono da sempre una categoria di malati particolarmente
prediletti nelle nostre opere assistenziali. Nei loro confronti, pertanto, si é
acquisito un bagaglio di esperienze e competenze assai spesso anticipatrici di
idee e soluzioni oggi attuate dalla sanità pubblica. Tuttavia persistono nei
loro confronti, al di là di alcune specifiche problematiche assistenziali
inerenti le disposizioni legislative dei vari Paesi, specifici problemi di
ordine etico.
Il
primo di questi costituisce un po' il denominatore comune di tutti gli altri e
riguarda la capacità di consenso. Il superamento del paternalismo medico del
passato e l'attuale valorizzazione dell'autonomia del paziente coinvolgono
naturalmente anche il malato di mente e il disabile psichico. Anzi lo
coinvolgono in modo più radicale stante la sua limitazione nell'esercizio di
tale autonomia decisionale. Potrebbe esservi pertanto la tentazione di un ritorno,
sia pure solo in questo caso e sia pure con un fine benefico, al vecchio
paternalismo. Questo non deve verificarsi, limitando tale esercizio solo a
quelle situazioni in cui a motivo di uno stato di necessità o in assenza di
altre persone (familiari, tutori, comitati di bioetica) con cui poter
condividere la scelta non vi siano effettivamente possibilità alternative. In
tutti gli altri casi si dovrà rendere il paziente partecipe delle decisioni,
nella misura in cui le sue facoltà glielo consentono, o coinvolgere le suddette
persone che, a motivo dei loro legami o del loro ruolo si presume facciano
sempre il maggior interesse del paziente.
Tale
problema appare evidente nella somministrazione di psicofarmaci, nella terapia
elettroconvulsiva (elettroshock), nella contenzione fisica e nella privazione
della libertà. Nel far questo dovrà ritenersi sufficiente un generico e spesso
solo implicito consenso espresso da chi é autorizzato a farlo, nel momento
stesso in cui si rende indispensabile il ricovero.
Un
problema di particolare delicatezza si pone in ordine all'esercizio della
sessualità. Condizione indispensabile per tale esercizio é che esso possa
essere liberamente voluto. Sia nel malato mentale che nel disabile psichico
esistono vari gradi di restrizione di tale libertà decisionale mentre sono al
tempo stesso presenti gli stimoli sessuali. Se, da un lato, appare irrispettoso
della dignità umana ogni intervento atto a mutilarne una delle sue funzioni
(nel caso specifico quella riproduttiva) da un altro lato il soggetto che
presenti deficit psichici non solo non é in grado di esercitare liberamente
tale facoltà ma dall'uso della stessa, che mantiene inalterato il suo
potenziale biologico, potrebbe derivarne una gravidanza. Proprio per questo,
cercando il custodire il massimo rispetto che é dovuto all'essere umano nella
sua piena identità corporea si dovrà responsabilmente evitare che il malato di
mente e il disabile psichico, a motivo di particolari condizioni esistenziali
in cui venga a trovarsi possa essere di danno a stesso e agli altri.
In ogni caso,
e al di là di queste specifiche problematiche, le strutture psichiatriche e
sociali dell'Ordine dovranno caratterizzarsi sempre per la profonda umanità di
trattamento nei confronti dei malati mentali e dei disabili psichici. Da un
lato questo diventa perenne attuazione carismatica di quella particolare
sensibilità mostrata a tale riguardo da San Giovanni di Dio, dall'altro
rinnovata profezia in un ambito che necessita di continua umanizzazione.
Questa, infatti, non va intesa in modo riduttivo limitandosi a garantire al
malato di mente e al disabile psichico uno spazio vitale adeguato, un ambiente
igienicamente soddisfacente, una buona qualità del cibo, una doverosa libertà
di movimento, la possibilità di mantenere legami affettivi con la famiglia ecc.
ma si dovrà estendere in termini positivi alla "realizzazione" della
sua persona. Per far questo si dovrà far appello a ogni sua potenzialità, a
ogni sua risorsa, anche spirituale. E' un processo che deve condurre alla
valorizzazione di una personalità che, nonostante le sue carenze, lascia
trasparire sempre il volto dell'uomo.
5.2.6.5. Anziani. Il numero di anziani,
sempre crescente nella società contemporanea comporta non solo un maggiore
aumento delle patologie a loro carico, con l'impegno di carattere sanitario che
ne deriva, ma anche specifici problemi di ordine socio-assistenziale. Le
oggettive difficoltà di alcuni nuclei familiari ad accogliere la persona
anziana al proprio interno o il rifiuto
egoistico da parte di altri costringono spesso la persona anziana alla
soluzione abitativa della casa di riposo.
Sono ormai numerose le strutture di questo tipo gestite dall'Ordine in
varie parti del mondo.
Naturalmente
sono vari i percorsi esistenziali che possono condurre un anziano alla casa di
riposo. Pur non avendo alcun diritto di giudicare le famiglie che hanno
compiuto tale scelta l'Ordine dovrà adoperarsi, per quanto possibile, a
favorire i legami affettivi tra la persona anziana e la famiglia d'origine anche
aiutando a rimuovere possibili ostacoli che eventualmente possano frapporsi.
Il soggiorno
della persona anziana in una Casa gestita dall'Ordine, non deve essere inteso
solo come una soluzione di tipo abitativo ma deve essere profondamente
improntata dal suo senso carismatico. Questo comporterà la valorizzazione della
"terza età" che non deve essere mascherata nell'illusione di un
eterna giovinezza ma vissuta come particolare e diversa età della vita con le
ricchezze e i problemi che comporta, al pari delle altre. Naturalmente questa é
caratterizzata da un vissuto di perdita (della forza fisica, del ruolo sociale,
degli affetti, del lavoro, dell'abitazione, ecc.) che dovrà essere
interiorizzato e compensato da vissuti di arricchimento (dell'esperienza, dei
ricordi, del bene operato, ecc.). In una prospettiva di fede, infine, tale
tempo può acquistare anche il senso di una lunga vigilia in preparazione
all'incontro con l'eternità.
5.2.6.6. Problemi emergenti. Con questo
termine si vogliono indicare varie tipologie di emarginazione o di "nuove
povertà", alcune già presenti e per le quali l'Ordine si é attivato con
specifiche risposte assistenziali, altre appena agli inizi del loro apparire ma
che sfidano la nostra immaginazione e il nostro impegno etico.
La prima di
queste é costituita dai migranti e dai
rifugiati, fenomeno in forte crescita in tutti i paesi del mondo
occidentale. Se, da un lato, i problemi che questo pone sono prevalentemente di
ordine sociale (integrazione culturale e religiosa, problemi occupazionali,
ecc.), al tempo stesso essi costituiscono un ambito in cui il carisma
dell'ospitalità può trovare una sua specifica espressione. Le risposte in tal
senso possono essere le più varie, suggerite da una creatività che sa ascoltare
le suggestioni dello Spirito e suscitate anche dagli specifici bisogni di ogni
singolo Paese o situazione sociale.
Naturalmente accanto alla dimensione della semplice accoglienza potranno
esservi anche problemi di tipo specificamente sanitario per persone che spesso
non possono usufruire di altra forma di assistenza pubblica. Anche per tali
necessità l'Ordine dovrà attivarsi, sia con la possibile creazione di apposite
strutture, sia trovando le più opportune soluzioni a tali problemi all'interno
di altre strutture assistenziali.
Una
situazione analoga é quella presentata da altre persone denominate senzatetto, barboni, squatters,
accomunati da una povertà così radicale da non possedere una qualsiasi forma di
abitazione stabile essendo costretta a vivere per strada, sotto i portici,
nelle sale di attesa delle stazioni. Forse, pur con il divario di tanti secoli,
lo scenario di questa umanità sofferente é assai simile a quello che si
presentava alla vista di S. Giovanni di Dio o di S. Giovanni Grande. Per cui
ogni tipologia di intervento assistenziale nei loro confronti (materiale,
alberghiero, sanitario, ecc.) si pone sulla linea di una assoluta continuità
carismatica.
Accanto a
tali situazioni non é escluso che negli anni futuri l'Ordine possa essere
interpellato (dovendo dare una pronta risposta) da altre situazioni oggi più
sporadiche o assai meno avvertite. Pensiamo ad esempio alle donne vittime di
violenza, ai bambini che hanno subito abusi, a persone che hanno tentato il
suicidio, alla solitudine della vedovanza, ai problemi psico-alimentari
(anoressia e bulimia), ecc. Una adeguata attenzione alle necessità dell'uomo
sofferente non può non essere attenta anche alle "nuove sofferenze"
che nel tempo possono affacciarsi e che devono trovare l'Ordine pronto a
farsene carico con creatività ed amore.
5.3. Nella gestione e direzione
5.3.1. Gestione
5.3.1.1. Organizzazione e impiego delle
risorse. Il nostro fondatore si seppe anticipare all'assistenza della sua
epoca e lo fece mediante criteri di
organizzazione e distribuzione delle risorse. Come lui, anche noi siamo
chiamati ad apportare innovazioni di avanguardia alla nostra società. Nella
nostra epoca, più che allora, l'organizzazione e la gestione devono essere una
componente importante di questo contributo.
Un motto dei
nostri Centri potrebbe essere questo: essere capaci di operare una corretta
allocazione delle risorse disponibili, sapendo privilegiare gli aspetti più
specifici delle nostre istituzioni. Al
livello del Centro questo servirà a garantirne il futuro, a livello dei servizi
e reparti sarà finalizzato a dare un'assistenza integrale al malato e al
bisognoso.
La
retribuzione e la formazione degli operatori, l'ottenimento dei prodotti
necessari per il corretto funzionamento, l'adeguamento tecnologico e la dovuta
promozione dell'umanizzazione dovranno camminare di pari passo: se una di
queste parti si scompensa ci stiamo incamminando lungo la via della frattura,
della rottura, della crisi.
La ricerca di
equità, in una dimensione locale e regionale, senza perdere di vista la nostra
vocazione universale, deve rendersi presente nel prendere le decisioni anche se
in alcuni momenti o circostanze questo potrà risultare difficile.
Compito
prioritario degli amministratori é l'ottenimento di tali risorse e, pertanto,
una parte importante del loro tempo e del loro lavoro dovrà esser dedicata a
questa mansione. Sarà loro compito individuare come difendere il lavoro che il
Centro svolge e al tempo stesso promuovere l'opera e i suoi progetti.
5.3.1.2. Professionalità. Poiché
aspiriamo a un'assistenza integrale e ci sentiamo chiamati a una risposta
vocazionale nelle nostre opere é necessario che la nostra professionalità sia
assolutamente fuori discussione.
Partendo da
una risposta professionale, coerente con i principi etici della professione e
animata dalla filosofia dell'Istituzione potremo realizzare l'identità che le
nostre opere devono avere. La capacità tecnica e umana sono le basi
imprescindibili per render possibile questa risposta professionale.
5.3.1.3. Competenza tecnica. In egual
modo, il Centro dovrà vigilare perché la sua dotazione tecnica e tecnologica
sia adeguata al suo livello assistenziale. Solo una competenza tecnica adeguata
ci permetterà di realizzare il contributo specifico che vogliamo.
I continui
mutamenti tecnologici esigono sforzi aggiuntivi per non rimanere indietro. Gli
operatori dovranno impegnarsi ad acquisire una formazione tecnica sufficiente e
si adopereranno per aggiornarla con le nuove conquiste della scienza.
5.3.2. Organizzazione
5.3.2.1. Corretta espressione della missione
dell'opera nei mezzi organizzativi. La nostra missione in ogni nostro
Centro é molto ricca e diversificata: pertanto la nostra forma di
organizzazione dovrà camminare verso la pluralità. Non tutti gli ambiti della
missione possono essere compatibili con lo stesso sistema organizzativo.
Nella misura
in cui la nostra organizzazione si impregna della filosofia della nostra
missione faciliteremo il processo comunicativo di tutto il Centro e dei
suoi operatori con la medesima.
La formula,
già posta in atto, di separare le funzioni di superiore e di direttore generale
ha dimostrato di essere molto adeguata ed efficace e in questi momenti é
imprescindibile nella gestione di molte delle nostre opere. Il Superiore della
comunità e il Direttore generale dell’Opera sono chiamati a formare un’équipe,
insieme agli altri membri del Comitato Direttivo.
La funzione
principale di questo organo é di lavorare in modo interdisciplinare e
promuovere questa modalità di lavoro anche nelle altre équipe del Centro.
5.3.2.2. Difesa del pluralismo. La
diversità di opinioni e di culture sono un cammino adeguato per riconoscere la
diversità dell'uomo.
Dobbiamo
quindi stabilire spazi ed elementi organizzativi che consentano l'espressione
di tale pluralismo e promuovere attitudini personali che rendano possibile, in
tale pluralismo, la comunione.
I nostri
valori, la cultura di ciascuna opera sarà lo spazio proprio in cui si potrà
articolare questa dimensione pluralistica.
5.3.2.3. Delega. Partecipazione. Assunzione
di ruoli funzionali. Dobbiamo
lavorare con l'obiettivo di far assumere a ogni persona tutte le competenze che
possiede di cui é capace, da quello che ha le più piccole responsabilità a
quello che ha le più importanti.
Facciamo in modo di rendere possibile tale
assunzione, poniamo gli elementi organizzativi che possano facilitarla e
vigiliamo perché tale delega si consolidi in idonee espressioni funzionali per
tutti coloro che costituiscono il Centro.
5.3.2.4.Decentramento / Centralizzazione . Procediamo in modo tale che la persona con un
ruolo dirigente tuteli le iniziative e le aspettative dei collaboratori.
Mettiamo in
opera programmi di lavoro che consentano ai collaboratori di crescere e di
assumersi compiti che spesso riserviamo a ruoli superiori.
Che il
professionista possa crescere nelle sue competenze, che l'équipe di lavoro veda
aumentare il suo spazio di intervento, che i ruoli intermedi abbiano una
maggiore capacità di iniziativa, che il dirigente possa crescere in
responsabilità
Facciamo sì
che la sussidiarietà, valore particolarmente legato alla tradizione cristiana,
sia un elemento fondamentale nella funzionalità nelle nostre opere.
L’Ordine intende favorire un
adeguato decentramento integrato con una corretta centralizzazione in sintonia
con i principi e i valori che ci sforziamo di promuovere.
5.3.2.5. Nuove formule giuridiche. Il
nostro punto di riferimento é stato sempre il diritto canonico. Unitamente e,
al tempo stesso, al di là di esso é possibile individuare formule che
permettano nuovi modi di dirigenza, di delega, di partecipazione.
Tradizionalmente
le nostre opere sono state contrassegnate dalla formula giuridica del Centro
come proprietà dell'Ordine Ospedaliero. I nuovi tempi che viviamo, la
dimensione che vanno acquistando le opere, la dinamica di costante evoluzione
in cui si trovano la Sanità e i servizi Sociali consigliano di non chiudersi
alle formule passate in questo campo.
La
Fondazione, la Associazione, l'Ente senza fine di lucro o gli Organismi non
governativi sono formule giuridiche che possono essere più adeguate ad alcune
realtà e potrebbero risultare persino più convenienti. Esperienze concrete
vissute in alcune opere lo hanno già dimostrato. Sarà bene essere attenti a discernere
quali siano le formule più adeguate ai diversi tempi e ai diversi luoghi.
5.3.2.6. Lavoro in équipe. Se vogliamo
curare la persona e i suoi bisogni lo potremo fare solo insieme:
- Nella direzione. Quando i massimi
responsabili del Centro sono capaci di strutturare una équipe di lavoro,
saranno in condizione di poter ispirare ed animare le altre componenti del
Centro perché lo facciano anch'esse. La tentazione di efficientismo
individualista é molto grande e così pure gli effetti a catena di questa tentazione.
- Nei ruoli intermedi. Il ruolo più
difficile nei Centri assistenziali é quello di coloro che stanno nel mezzo.
Essi pure devono darsi una linea di lavoro in équipe che consenta loro di farsi
carico delle esigenze dei subalterni per farle pervenire ai superiori: allo
stesso modo devono far giungere ai subalterni i piani di lavoro della
direzione.
- Nei servizi assistenziali e non
assistenziali. Quando tutte le persone che curano un malato o un bisognoso
sono capaci di lavorare insieme, in quel preciso momento gli diamo
un'assistenza integrale.
Nei Centri più complessi non potremo far parte della
stessa équipe però potremo far parte di un équipe che si senta chiamata a dare
una risposta integrale alle necessità del malato e integrante per tutti coloro
che la stiamo costituendo.
5.3.3. Politica delle risorse umane
5.3.3.1. Criteri generali. L'Ordine
Ospedaliero di San Giovanni di Dio, come organizzazione:
- é
essenzialmente un'opera umana, in quanto é frutto dello sforzo umano ed é
composta da persone che ne costituiscono l'elemento portante;
- é cosciente
che le sue opere sono imprese con un carattere peculiare, poiché essendo un
Ente senza fine di lucro, deve coniugare i suoi obiettivi imprenditoriali con
la sua responsabilità sociale, economica e di istituzione ecclesiale;
- é recettivo alle correnti attuali che
provengono dal mondo dell'impresa - sociologia, relazioni umane, psicologia-
essendosi adattato ai tempi attuali, introducendo i necessari cambi
organizzativi per la necessità di amministrare alcune opere con criteri
imprenditoriali di efficacia e efficienza, ma sapendo mantenere filosofia,
stile e cultura propri;
- é presente
con un personale che lavora nelle sue opere e per questo si propone di
realizzare una relazione tra organizzazione e lavoratori che soddisfi le
necessità e i diritti di entrambe le parti, stabilendo meccanismi che
facilitino l'azione congiunta di tutti per raggiungere i suoi fini e le sue
aspirazioni.
Per quanto
detto, é necessario mostrare apertamente una sincera disponibilità a chiarire
le relazioni con il personale lavoratore sempre alla luce della legislazione
vigente, della dottrina sociale della Chiesa, salvaguardando i diritti del
malato e del bisognoso, fine principale delle opere.
5.3.3.2. Relazioni con i lavoratori. Tenendo
presente che la persona é l'elemento fondamentale di tutta l'organizzazione
bisogna far sì che la gestione delle
risorse umane sia orientata a motivare, attrarre, promuovere e integrare i
lavoratori in modo coerente con le loro esigenze e le finalità dell'opera,
sempre con criteri di giustizia sociale.
L'azione
direttiva comporta un lavoro di gestione delle persone, poiché senza di queste
é impossibile venire a capo di qualsiasi impresa o azione. Per questo la
gestione delle risorse umane esige attualmente alcuni ruoli direttivi con un
livello adeguato di capacità professionale insieme a equilibrate competenze
nell'ambito delle relazioni umane.
Un aspetto
che si deve potenziare in tutti i Centri dell'Ordine sono le vie di comunicazione.
Si deve tendere a stabilire una comunicazione strutturata, sviluppando
strumenti comunicativi adeguati per raggiungere tutti i livelli
dell'organizzazione e tutti i lavoratori. Almeno si devono predisporre
specifici canali comunicativi e facilitare una informazione verace e
comprensibile.
Un altro
punto importante nell'Ordine e nei suoi Centri deve essere la accoglienza e
l'inserimento di tutta la persona che inizia a lavorare, così come il suo
accompagnamento nelle prime tappe del lavoro.
5.3.3.3. L'azione sindacale. La dottrina
sociale della Chiesa, ormai da molti anni, ha riconosciuto il diritto del
lavoratore a costituire associazioni per la difesa dei suoi diritti comuni o
lavorativi. Il sindacalismo è una realtà sociale in ambito mondiale. In questo
senso l'Ordine riconosce e rispetta il diritto all'esercizio della libertà
sindacale.
La dottrina
sociale della Chiesa assume e sostiene questa realtà e la considera un elemento
indispensabile della vita sociale contemporanea, come forza costruttiva di
ordine sociale e di solidarietà, capace di ottenere non solo che il lavoratore abbia di più ma che sia di più. I sindacati non sono solo strumenti contrattuali ma
anche luoghi in cui si esprime la personalità dei lavoratori; i loro servizi
costituiscono lo sviluppo di un'autentica cultura del lavoro e aiutano a
partecipare in modo pienamente umano alla vita dell'impresa.
L'accettazione
di questa realtà ci deve portare a trovare formule di
informazione-comunicazione tra la direzione e i sindacati con un atteggiamento
onesto e realista, salvaguardando sempre i diritti dei malati e degli ospiti.
5.3.3.4. Selezione e contratto del
personale. Il personale sarà selezionato tenendo conto della sua
qualificazione tecnica e umana, assicurandosi che le sue motivazioni,
attitudini e comportamenti rispettino i principi dell'Ordine.
E’ opportuno
che ogni Centro possieda norme di attuazione chiare relative alla selezione del
personale essendo auspicabile che siano conoscibili da parte di tutti le
procedure relative alla selezione stessa: posti in organico, atti, normative,
ecc.
Si deve
prestare particolare attenzione ai seguenti criteri contrattuali:
- Tecnici. Si esigerà per l'assegnazione
di una persona a un posto di lavoro che questo sia in possesso del titolo
professionale che la legislazione vigente esige. Indipendentemente dal titolo
si curerà con attenzione che abbia adeguate capacità e competenze professionali
per esercitare e realizzare quel dato lavoro.
- Profilo umano. Si devono valorizzare le
qualità umane come attitudini e capacità di relazione umana, equilibrio
emozionale, senso di responsabilità e capacità di prendere decisioni, vocazione
sanitaria e/o sociale.
- Profilo etico. E' necessario che le
persone che lavorano nei Centri dell'Ordine promuovano i principi del codice
deontologico della propria professione, rispettino e promuovano i principi
dell'Istituzione, essendo il rispetto di entrambi i principi una condizione
minima per lavorare nei Centri dell'Ordine.
- Dimensione religiosa. Si farà in modo
che l'attitudine delle persone sia favorevole a far sì che l'attenzione religiosa nel Centro si
vada potenziando.
5.3.3.5. Sicurezza di impiego. Partiamo
dalla base che tutte le realizzazioni dell'Ordine nel campo del lavoro debbano
adeguarsi alla legislazione vigente in ogni paese, sempre che questa non violi
i princìpi dell’Ordine.
Nonostante
quanto già attuato in quest'ambito (anche se condizionato principalmente dal
bene dell'Ente e delle persone assistite) si devono evitare situazioni di
instabilità e demotivazione nelle persone coinvolte offrendo al contrario
quelle condizioni di sicurezza e stabilità di impiego, necessarie per un
migliore svolgimento del lavoro personale.
Così pure é
certo che la dinamica del funzionamento dei Centri sanitari e sociali con un
orario permanente di apertura obbliga a una complessa rete di supplenze e
sostituzioni che rende difficile la garanzia di una stabilità nell'impiego a
quelle persone che occupano questo posto in modo temporaneo. Non é escluso che
anche in questo campo, si studino sistemi che possano porre dei limiti alla
instabilità lavorativa.
5.3.3.6. Sistema salariale. La giusta
remunerazione del lavoro realizzato é un problema chiave di tutta l'etica
sociale. I problemi salariali sono quelli più frequentemente rivendicati dai
lavoratori.
La dottrina
sociale della Chiesa considera il salario come la verifica concreta della
giustizia sociale nelle relazioni lavorative. Non é l'unico riscontro ma
certamente il più importante.
Non é facile
quantificare il giusto salario, dato che il salario in sé é fluido a causa di
fattori come la situazione economica dei vari paesi, le aspettative dei vari
mercati -incluso quello sanitario e sociale- la situazione di ciascun Centro,
le aspettative e i bisogni di ogni singolo lavoratore, ecc.
Tutto questo
ci obbliga a remunerare i lavoratori con il salario che é possibile dar loro,
per quanto coscienti che a volte possono non esaudire le aspettative. Però, al di sopra delle remunerazioni
concrete esistenti, bisogna rimanere aperti a un reale atteggiamento di impegno
a migliorare le condizioni sia economiche che sociali dei lavoratori. Il loro
comfort e benessere sarà sempre un fattore positivo per il benessere e il
comfort del malato e del bisognoso.
5.3.3.7. Motivazione. La motivazione di
un lavoratore dipenderà dal grado di soddisfazione delle sue necessità
fondamentali e dalla percezione delle attrattive che un'impresa o
un'organizzazione offrono per consentire lo sviluppo delle sue capacità umane e
professionali.
La
motivazione del personale è uno strumento fondamentale per conseguire uno degli
obiettivi di tutta l’organizzazione cioè lo sviluppo umano e professionale dei
lavoratori.
Hanno una
fondamentale incidenza sul grado di soddisfazione e motivazione nel lavoro i sistemi retributivi (salari, incentivi, premi, ecc.), le condizioni di lavoro (ambiente,
sicurezza, clima, lavoro in équipe, ecc.) e gli
stimoli individuali (sicurezza, stabilità nell'impiego, considerazione,
realizzazione, ecc.). Si devono, quindi, realizzare gli sforzi necessari per
conseguire un adeguato livello di queste tre aree fondamentali che soddisfano
le necessità dei lavoratori.
Come
strumento di motivazione, l'Ordine pone particolare attenzione alla promozione
personale. Si tratta di un campo specifico di intervento degli organi dirigenti
e in modo speciale di gestione delle risorse umane. Si deve ottenere che le persone possano intravedere una
aspettativa di futuro a livello professionale e vocazionale nei nostri Centri.
Per questo si dovranno individuare gli strumenti più idonei: per qualcuno sarà
la formazione, per altri la ricerca, per altri ancora l'insegnamento, ecc.
5.3.3.8.
Convergenza di valori tra tutti coloro che costituiscono il Centro. Una
delle caratteristiche della nostra società é il pluralismo; possiamo dire che
l'epoca di predominio da parte di una cultura su di un'altra volge al termine.
Ormai da tempo in molte delle nostre opere si stanno realizzando forme di
gestione, di direzione, di assistenza che cercano di raggruppare e integrare
questa realtà multiculturale.
E' urgente
continuare lungo questa strada, che tutti ci impegniamo in questo progetto di
riunificare gli sforzi e le culture, essendo capaci di integrare i diversi
elementi culturali contemporaneamente presenti nei nostri Centri.Ogni progetto
di convergenza comporta che si trovi una unione: i valori non si conseguono per
imposizione. Probabilmente sarà necessario stabilire alcuni minimi che non
possono essere modificati. Ma a partire da questi bisogna lavorare per
conseguire una cultura con alcuni valori specifici, promossi e assunti da
tutti.
Nella misura
in cui i collaboratori dispongono di spazi per esprimere le proprie idee, i
propri valori, si staranno impegnando nel conseguimento di un progetto
condiviso. E' altrettanto necessario che possano sentirsi responsabili su temi,
aree e spazi che vengono loro delegati.
5.3.3.9.Creare una cultura di appartenenza al Centro, alla Provincia,
all'Ordine. Le indagini attuali delle scienze amministrative hanno
evidenziato l’importanza che per le istituzioni ha lo sviluppo di una “cultura
organizzativa” coerente con la sua missione ed i suoi valori. L’Ordine
Ospedaliero come istituzione ha sviluppato un proprio modello su questa linea
sin dalla sua fondazione.0
Forse in passato, abbiamo mantenuto alcune attitudini
paternalistiche, protettive nei confronti dei lavoratori come riflesso
incosciente di un'attitudine difensiva di ciò che è nostro e, in particolare,
della nostra cultura. Senza perdere tutti i valori che questa cultura ha,
dobbiamo superare tale attitudine difensiva e uno strumento adeguato per farlo
é la costituzione di un gruppo di persone professionalmente qualificate che
sappia dirigere e orientare la realizzazione di una cultura comune.
Elemento
ineludibile di questo processo, sarà il rispetto e la applicazione della
legislazione sul lavoro vigente, in modo speciale la sicurezza sul lavoro e la
salute del lavoratore, elemento dinamizzante, la difesa dei diritti dei
lavoratori.
La
soddisfazione personale, la gratificazione per il lavoro ben realizzato, il
sollievo che si ottiene a vedere che gli obiettivi si stanno raggiungendo,
insomma la serenità, la pace interiore che inonda la persona quando si sente
realizzata nella sua professione, quando vede che con quello che fa, insieme ai
suoi colleghi, sta contribuendo alla costruzione del nostro mondo, a una
migliore sanità, a migliori servizi sociali. Tutte queste sono realtà che
dobbiamo potenziare.
Un richiamo
va fatto per evitare che vi siano tra di noi situazioni lavorative che siano di
ostacolo per la integrazione dei professionisti. E' certo che con il passar del
tempo le persone si stabilizzano perdendo gli stimoli iniziali. Sarà
responsabilità della direzione vegliare e animare le persone perché questa
situazione non si verifichi e, in casi estremi, possano esser presi le
conseguenti decisioni.
Ebbene,
un'opera in cui non vi siano alcune garanzie di stabilità non sarà mai uno
spazio adeguato per invitare i collaboratori a impegnarsi in un progetto
congiunto.
L’Ordine
mantiene l'appoggio e la difesa dei lavoratori in caso di intervento
giudiziario, salvo in casi di manifesta negligenza professionale. Dinanzi alle
denunzie, che sfortunatamente arrivano ai Centri, si richiede un principio di onestà
sulla prassi istituzionale e un manifesto sostegno alle persone coinvolte.
In egual
modo, se vogliamo realizzare la cultura propria delle nostre opere, sarà
necessario creare forme specifiche di attuazione nei momenti di difficoltà e
tensione che si possono verificare nei rapporti di lavoro. Anche nella
conflittualità può esservi una forma specifica di impegno per trovare la
soluzione.
5.3.4. Politica economica e finanziaria
5.3.4.1. Enti senza fine di lucro. L'Istituzione
é stata definita sempre come "ente senza fine di lucro", cioè che non
ha come obiettivo di accumulare ricchezza.
I mezzi che
si possono ottenere verranno destinati al proprio centro perché in ogni momento
le sue attrezzature, le sue équipes, i suoi metodi di lavoro, siano coerenti e
adeguati alla sua ubicazione e classificazione territoriale.
5.3.4.2. Carattere benefico e sociale. L'origine
dell'Istituzione sta nella beneficenza, nella generosa collaborazione di varie
persone perché l'opera realizzi la sua missione. Sarà bene che promuoviamo
questa dimensione di carità cristiana per continuare con l'iniziativa originale
dell'Istituzione.
E' arrivato
il momento di dare una dimensione più universale alla nostra solidarietà. Nel
nostro mondo le diseguaglianze si vanno accentuando e le differenze sono ogni
volta più grandi. Questa dimensione benefico-sociale delle nostre opere,
potrebbe trovare uno spazio attuale di collaborazione tra i Centri o tra i
paesi nel campo della salute o delle necessità sociali.
5.3.4.3.
Equilibrio finanziario. L'arte della gestione é l'arte
dell'assegnare risorse alle differenti necessità. Nel caso dei Centri é
l'assegnazione di risorse alle diverse attività che si realizzano in quella
data struttura.
Si dovrà decidere sull'assegnazione a
ciascuna delle parti però garantendo il futuro del Centro o, ciò che é lo
stesso, il suo equilibrio finanziario.
Se per una
scorretta ripartizione delle risorse, poniamo il Centro in condizione di
insussistenza economica, stiamo mettendo in pericolo il futuro dell'opera e di
tutte le persone che ne fanno parte.
5.3.4.4. Trasparenza di gestione. Se
l'insieme di valori che vogliamo promuovere nelle nostre opere e che danno
senso alla nostra missione giungono a termine, non vi sarà nessun inconveniente
a far conoscere ai professionisti, agli utenti, alla società e alla pubblica
amministrazione la realtà dei nostri Centri.
La ragione si
trova proprio nella trasparenza della nostra gestione: se i principi sono
chiari e se intendiamo metterli in pratica, vi é un motivo in più per farli
conoscere.
La
quantificazione numerica del centro (attività, ricavi, spese, risultati,
investimenti, disponibilità finanziarie) non é che una parte di tutta la sua
realtà e pertanto può essere anch'essa conosciuta.
Un modo adeguato per far
conoscere la realtà dei nostri centri, favorire la trasparenza e stimolare la
corresponsabilità, potrebbe essere la pubblicazione di una memoria annuale
delle attività in ogni centro.
5.3.5. Responsabilità sociale
5.3.5.1.
Servizio alla società come elemento legittimante le opere. Ogni Istituzione, ogni opera, corre il
rischio di chiudersi in se stessa e di entrare in una dinamica di
legittimazione della sua esistenza ai margini della realtà.
Non é raro
vedere enti che in questo isolamento stanno progettando un'opera che non é
necessaria o che nessuno ha chiesto. Non deve esser così nelle nostre. La loro
ragion d'essere sta nel servizio che offrono e, quindi, devono rimanere aperte
ai mutamenti e all'evoluzione per essere attuali nel servizio.
Lungo questa
direttrice le Costituzione specificano che noi siamo amministratori dei beni e
non proprietari, con la missione specifica di garantire una corretta
utilizzazione delle risorse nelle opere.
5.3.5.2. Rispetto e applicazione della
legge. Nella nostra volontà di dare un apporto specifico alla società é
imprescindibile che sia garantito il rispetto e la applicazione della legge.
Se intendiamo
la legge come il minimo comune che regola tutti coloro che costituiamo la
società é necessario che ci distinguiamo nell'allocazione di questo minimo
comune denominatore. Ma non possiamo limitarci ad applicare questo minimo
comune; nella misura delle nostre possibilità dobbiamo superarlo tentando di
promuovere i nostri principi al di sopra di ciò che propone la legge.
Una
situazione particolare si verifica quando la legge può esser contraria alla
identità e ai valori che l'Istituzione promuove. In questo caso, riconoscendoci
nel pluralismo che cerchiamo di promuovere nella nostra società ci appelliamo
all'obiezione di coscienza per ciò che riguarda l'applicazione della legge
nella nostra opera.
5.3.5.3. Impegno di giustizia sociale nella
distribuzione delle risorse. Non é facile nella nostra società garantire
un'equa distribuzione delle risorse. I gruppi di pressione da un lato e le
grandi diseguaglianze dall'altro, possono far pendere il bilancio in modo poco
equo.
Sarà
necessario fare uno sforzo di gestione e di educazione ai valori perché non vi
sia sempre la legge del più forte. Dovremo tenere presenti le diverse realtà
con l'intento di una giusta ripartizione delle risorse.
In modo
speciale bisogna stare attenti alla dimensione universale delle nostre vite e
delle nostre opere. Dobbiamo ammettere che vi sono segni di ingiustizia nella
distribuzione mondiale delle risorse: non ci rendiamo anche noi partecipi di
questa ingiusta distribuzione. Vogliamo lavorare per un'azione solidale,
partendo da un missione universale e da una universale visione dei problemi.
Questo deve
costituire uno spazio per applicare la dottrina sociale della chiesa e nella
misura in cui la sviluppiamo, la promuoviamo. E potremo contribuire a far sì
che in modo pratico tale dottrina si vada estendendo, come un compendio dei
valori della nostra società.
5.3.5.4. Funzione di denunzia nelle
situazioni che lo richiedono. Diamo il contributo della nostra riflessione
e dei nostri suggerimenti a quelle situazioni che vediamo chiaramente, essere
deficitarie.
Nella nostra
denunzia non ci limitiamo a lamentarci; oltre a evidenziare le deficienze diamo
suggerimenti e orientamenti.
Se siamo
capaci di dare soluzioni concrete e poi riusciamo a realizzarle, la nostra
funzione di denunzia avrà raggiunto la sua massima espressione.
5.3.6. Presenza della società nel Centro
5.3.6.1. Gli utenti. Associazioni di malati
e familiari. Tradizionalmente l' "utente" del servizio sanitario
e sociale lo abbiamo chiamato paziente ma é arrivato un tempo in cui desidera
essere attivo ed é bene che assuma questo ruolo.
Due tipi di
associazioni di pazienti sono presenti attualmente:
- le
associazioni generiche di malati con un intento rivendicativo importante e
frequentemente con una certa predisposizione a far uso delle vie legali;
- le
associazioni specifiche intorno a una data malattia, in genere patologie
croniche o molto gravi.
Entrambe
devono avere uno spazio nei nostri Centri.
Le prime é
molto probabile che si presentino con una querela o una qualche rivendicazione.
Sarà nostro compito dar loro uno spazio di espressione in cui possano sentirsi
interlocutori sociali validi perché in modo costante possano collaborare con il
nostro modo di lavorare e noi possiamo farle partecipi del lavoro che stiamo
realizzando.
Le seconde
devono trovare nei Centri un sostegno privilegiato, in modo particolari ai loro
inizi. Nella nostra dinamica sociale, solo un raggruppamento di persone può
permettere di raggiungere certe mete e, in molti casi, é difficile costituire
un gruppo iniziale. Il Centro é sempre una piattaforma che consente di superare
queste difficoltà iniziali.
In entrambi i
casi, il dialogo e le posizioni aperte permetteranno che le parti - Centro e
Associazione - siano a conoscenza della situazione che si vive, delle
possibilità, dei limiti e anche degli errori.
Purtroppo non
riusciremo a evitare la dinamica della querela o della chiamata in giudizio -in
molti casi con l'unico fine di lucro- ma possiamo trovare forme diverse di
relazione che si basino sulla reciproca fiducia.
Il realizzare
servizi di relazione col pubblico che mediante l'applicazione di diverse
modalità possa esprimere la sua opinione é una via particolarmente idonea per
attivare la presenza del cittadino all'interno delle opere.
5.3.6.2. I lavoratori. I lavoratori
hanno alcuni organismi rappresentativi, riconosciuti dalla legge, mediante i
quali si dovrà articolare il rapporto collaboratore-Istituzione.
Quindi nella
misura in cui consideriamo che l'Istituzione é una realtà costruita e condivisa
tra tutti sarà bene che si articolino modalità, forme e stili di legame che
senza trascurare il precedente presupposto diano spazio a questo nuovo progetto
che cerchiamo di fare in ogni opera di San Giovanni di Dio.
Per alcuni il
legame sarà nell'ambito della relazione lavorativa in modo esclusivo. Questi
troveranno la via di collegamento nel quadro del riferimento legislativo.
Altri si
sentiranno motivati da una risposta vocazionale che superi quella
professionale. Sarà bene che questi stabiliscano vie formali e informali perché
possano far crescere il proprio impegno di solidarietà col malato e col
bisognoso.
Infine alcuni
vedranno la propria presenza all'interno dell'opera come espressione del
proprio impegno di fede. Anche questi dovranno disporre di uno spazio in cui
poter esprimere in gruppo ciò che li motiva nella loro vita a servire il malato
e il bisognoso ad esser presenti in un'opera di San Giovanni di Dio.
Fatto salvo
il primo presupposto che viene definito dal dettato legislativo, le altre
situazioni, che dovranno essere realizzate da ogni singolo centro, sarà il modo
più sicuro di esprimere questo legame che si attua nelle opere di San Giovanni
di Dio.
5.3.6.3. I benefattori. Essi permisero
al nostro Fondatore di portare avanti
la sua opera; furono capaci di assolvere a tutti gli infiniti impegni che San
Giovanni di Dio andava assumendo nei confronti dei malati e dei bisognosi.
Nel corso dei
secoli essi hanno seguito e sostenuto la nostra opera; in alcuni paesi più e in
altri meno. Ma fino alla costituzione dello stato sociale la maggior parte
delle nostre opere é vissuta grazie alle generose donazioni di persone che
hanno posto la propria fiducia nell'Ordine Ospedaliero e nel servizio all'uomo
da questo compiuto.
Oggi la
maggior parte dei Centri non dipende dalle loro elargizioni economiche come una
volta, ma ancor oggi tutto ciò continua ed é fondamentale per ciò che riguarda
l'ambito della solidarietà e della carità. Il principio persiste ed é quello dell'uomo che decide di esser
solidale con un altro uomo facendolo
attraverso l'Ordine Ospedaliero.
La forma
potrà cambiare; di fatto é cambiata e continuerà a cambiare. Ma sta a noi la
responsabilità di rendere effettiva questa solidarietà nel modo più equo
possibile e, se é possibile, anche aumentarla.
Forse é
arrivato il momento in cui in ossequio a una maggior efficacia della
solidarietà dobbiamo dare ad essa un carattere più collettivo che ci permetta
di aiutare di più dove maggiori sono le necessità.
Senza dubbio
si tratta di un tema aperto alla riflessione, al dibattito e alla creatività
mirata a individuare nuove vie per ottenere fondi e nuovi modi per rendere più
efficace quest'opera di solidarietà.
Questo é
stato ed é un tema molto radicato nella cultura di molte opere e anche di molte
provincie ed é un impegno di tutti far sì che sia promosso. Probabilmente i
nuovi mezzi di comunicazione saranno una via da valorizzare per questo lavoro,
soprattutto con l'obiettivo di potenziare il legame di queste persone con
l'opera.
5.3.6.4. I volontari. L'Ordine ha saputo sempre muoversi nel mondo
della collaborazione altruista in alcuni casi come espressione di solidarietà e
in altri come espressione di carità cristiana.
Il nostro
fondatore poté mandare avanti la sua opera grazie alla generosa collaborazione
di molte persone; alcune con il loro contributo economico, benefattori, altre
con il loro lavoro gratuito e i loro sforzi, volontari.
L'Ordine ha
saputo dare una risposta ai nuovi movimenti del volontariato. In alcuni paesi é
stato addirittura pioniere dell'incorporazione dei movimenti di volontariato
all'interno dei Centri. Tuttavia bisogna essere costantemente aggiornati e
pronti all'adattamento per non rimanere attaccati a idee e strutture
sorpassate.
Ogni Centro é
differente e dovrebbe promuovere una creatività e una originalità nel suo
volontariato. La diversità, in questo caso, sarà una prova di ricchezza.
Il processo
di orientamento e selezione dei candidati, il profilo del volontario, la sua
missione nel centro, il tempo che vi dedica, la formazione di cui ha bisogno,
ecc. sono temi da discutere nell'Ordine, in ogni Centro.
Ugualmente,
forse, é giunto il momento in cui le associazioni di volontari e i loro membri
abbiano la possibilità di indirizzare le loro osservazioni agli organi di
governo del Centro. Essi possono cogliere una realtà diversa da quella che si
ritiene al Centro. Sarebbe bene che si potesse conoscere tale visione
attraverso uno strumento appropriato.
5.3.6.5. La chiesa locale. Siamo una
Istituzione esente dall'Ordinario del luogo. Questo é un punto di partenza che
dovremmo tener presente ma é altrettanto certo che, se l'Ordine vuole avere una
presenza significativa nel secolo che viene, deve farlo con un lavoro congiunto
e coordinato con la Chiesa.
Se come
Chiesa siamo il popolo di Dio e tutti siamo chiamati a far parte di questo popolo,
dovremo riflettere a come realizzare questa azione di popolo di Dio. Il luogo
dove più facilmente si può realizzare questa articolazione é nella diocesi e
nella comunità parrocchiale.
Forse manca
ancora molto perché possiamo cooperare allo stesso progetto pastori, religiosi
e laici.
Non si tratta
di rinunziare alle rispettive identità né di rinunziare ai progetti pastorali;
ognuno dal suo posto, deve lavorare per costruire un progetto pastorale comune.
In caso contrario o non sarà comune o non sarà progetto.
5.3.6.6. La pubblica amministrazione. Le
nostre opere hanno un orientamento pubblico nella loro attività ed in molti
casi si é fatto in modo che siano inserite nei servizi sanitari o sociali
pubblici.
Questa
situazione necessita un livello di relazione con la pubblica amministrazione
molto fluido che ci permetta di essere informati sulla realtà del presente, sui
progetti e i piani per il futuro e che ci permetta di poter informare sulla
nostra situazione e le nostre proiezioni.
Bisogna continuare
a percorrere questo cammino di relazione e connessione con la pubblica
amministrazione. Da parte nostra questo esigerà onestà, chiarezza e
trasparenza. Onestà come espressione
di coerenza con i principi che difendiamo; chiarezza
nella nostra posizione e nelle nostre pretese; infine trasparenza nei nostri criteri nel momento di applicare le risorse
che riceviamo.
In tutto ciò
che si riferisce alle relazioni istituzionali l'Ordine deve riflettere sul
ruolo che deve occupare. Due sono i rischi estremi: il rimanere intrappolati in
queste relazioni e per la dinamica che comportano lasciare che si diluisca, nel
tempo, l'essenza della nostra identità; o l'allontanarci dalle stesse e
lasciare che sia il Centro e il suo progetto assistenziale a diluirsi trovandosi
disconnesso dalla realtà.
Una cosa é
evidente, che l'intrattenere queste relazioni istituzionali esige una
formazione professionale, umana e religiosa sufficientemente grande. In caso
contrario la nostra presenza sarà controproducente; una volta di più si mette
in evidenza che se vogliamo dire qualcosa dobbiamo dirlo con un linguaggio
consono alla nostra società.
5.3.7. Verifica
Se vogliamo
esser fedeli alla missione che si va progressivamente attualizzando e
ricreando, ne consegue che periodicamente dobbiamo osservare in quale misura
stiamo realizzando i nostri piani.
Dovremo
valutare come stiamo applicando nella gestione, nella direzione e nella
assistenza i principi filosofici dell'Ordine e i suoi criteri generali.
5.3.7.1. Attenzione ai segni dei tempi. La
nostra società é una realtà molto dinamica. La scienza é in costante evoluzione
e ogni giorno appaiono nuovi metodi di lavoro, nuove tecniche professionali e
nuovi strumenti tecnici.
Un messaggio,
un principio filosofico é attuale nella misura in cui si trasmette con mezzi,
metodi e tecniche del momento. In caso contrario la nostra proposta può
risolversi in un discorso inutile.
In questo
processo sarà necessario valutare la idoneità dei mezzi che la società ci
fornisce poiché può accadere che volendo ottenere una maggiore efficacia ci
serviamo di strumenti che sono contrari alla filosofia dell'Istituzione.
5.3.7.2. Risposta alle necessità dell'uomo e
della società. In questa evoluzione costante della società, anche l'uomo
sta cambiando anche se non siamo in grado di distinguere se é il cambiamento
della società a trascinare l'uomo o se é il cambiamento dell'uomo che conduce
al mutamento della società.
Quel che é
certo é che in questo comune cambiamento stanno comparendo:
- nuove infermità alle quali é
necessario far fronte;
- nuovi atteggiamenti della persona
di fronte alla malattia che esigono nuovi modi di prestare assistenza;
- nuovi problemi nella famiglia che
dobbiamo saper affrontare, appoggiare, illuminare ed accompagnare;
- nuovi bisogni che esigono
creatività e solidarietà da parte nostra se vogliamo dare una risposta
coerente;
- nuove forme di egoismo che ci
interpellano per trovare nuove forme di risposte di solidarietà a livello
istituzionale.
Rispondere
alle necessità della persona con i mezzi e le forme attuali, mantenendo lo
stile e i valori dell'Ordine significa essere fedeli alla Nuova Ospitalità come
sintesi del nostro progetto apostolico.
Per la riflessione:
1) Identifica
successi e difficoltà “nell’applicazione a situazioni concrete” quali si
presentano nei nostri Centri e nelle nostre Comunità nei seguenti ambiti:
·
assistenza integrale e diritti del malato
·
problemi specifici della nostra azione assistenziale
·
gestione e direzione
2) Definisci
le priorità che si pongono per l’Ordine in base all’analisi fatta al punto
precedente nei seguenti ambiti:
·
assistenza integrale e diritti del malato
·
problemi specifici della nostra azione assistenziale
·
gestione e direzione
NOTE DEL
QUINTO CAPITOLO
(1) Alcuni preferiscono il termine privacy che costituisce un insieme più ampio, più globale, di
aspetti della personalità che considerati isolatamente possono esser carenti di
significato intrinseco ma che legati coerentemente tra loro riflettono un
ritratto della personalità dell'individuo che questi ha il diritto di custodire
riservatamente.
(2) Concilio
Vaticano II, Gaudium et Spes (GS),
16.
(3) Giovanni
Paolo II, Evangelium Vitae (EV),
44.
(4) Sacra
Congregazione per la dottrina della fede, Donum Vitae, 22 febbraio 1987, # 2.
(5) Pontificio
Consiglio per gli Operatori Sanitari, Carta degli Operatori Sanitari, città
del vaticano, 1995, #142.
(6) Ibid, 21.
(7) Ibid, 87
(8) Ibid, 129.
(9) Ibid, 146.
(10) Cfr. EV 57.
(11) Sacra
Congregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5
maggio 1980, p. 549. Cf.
(12) Cfr. Carta
degli Operatori Sanitari, 119-120.
(13) Cfr. EV 65.
(14) Cfr. Codice di Norimberga, Dichiarazione di
Helsinki, Dichiarazione di Ginevra, Good Clinical Practice, ecc.. Oltre ai
criteri del Magistero, vedi anche la Carta
degli Operatori Sanitari, 75-82.
(15) Cfr. EV 63.
(16) Cfr. Pierluigi Marchesi, L’Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il
2000, , Roma 1986, Appendice
III
* - - - *
6.
FORMAZIONE, INSEGNAMENTO E RICERCA
6.1. Formazione
6.1.1. Formazione tecnica, umana, carismatica
Oltre a
quanto detto negli capitoli del presente documento, vogliamo sottolineare qui
alcuni aspetti specifici relativi alla responsabilità di formarsi che hanno i
membri dell’Ordine e i Collaboratori. Non insisteremo sulla necessità di
formazione umana, intesa come quella che si orienta a promuovere la conoscenza
di sé e ad approfondire le modalità di relazionarsi con la persona e la
società, imprescindibile per poter essere agenti di umanizzazione nelle opere
dell’Ordine.
Alcune caratteristiche del nostro
tempo sono determinate dalla velocità del progresso delle scienze, in generale,
e della biomedicina, in particolare; dalla velocità e facilità delle
comunicazioni; dalla globalizzazione dei problemi; dalla mentalità
scientifico-tecnica in riferimento alla visione della realtà e alla concezione
dell’uomo -riduzionismo scientifico- dal fondamentalismo religioso
–riduzionismo spiritualista-; e dalla constatazione che l’unico criterio etico
che possiamo considerare globalmente condiviso, per lo meno sul piano teorico,
è il rispetto della dignità della persona che esige che la persona non sia
strumentalizzata come mezzo per un fine, per elevato che sia o possa apparire.
Questo fatto che non è nuovo, riveste un’importanza particolare nelle relazioni
degli operatori sanitari con la persona malata.
A partire dagli anni 70 abbiamo
in effetti assistito ad una profonda trasformazione del rapporto
medico-paziente come non si era mai visto negli ultimi secoli. Il fulcro di
questa trasformazione è stata la presa di coscienza che il paziente capace deve
essere riconosciuto come soggetto morale autonomo nelle decisioni che
riguardano la salute. L’informazione corretta del paziente passa così in primo
piano. Inoltre il ruolo del medico nell’assistenza ha perso, perlomeno nel
mondo occidentale, la sua funzione esclusiva e preponderante. Oggi dobbiamo
parlare di rapporto tra équipe assistenziale, paziente ed ambiente sociale. Il
carattere ambiguo, in quanto a progresso umano, di talune tecnologie che, anche
se impiegate con la massima correttezza, presentano tremendi conflitti tra
valori vitali e valori spirituali, e la crescente importanza degli infermieri
nei reparti e dei tecnici di laboratorio nei processi diagnostici esigono una formazione
molto più rigorosa che in altri tempi. Sia negli ospedali che nei servizi di
assistenza primaria e/o centri sociosanitari il livello dell’assistenza
integrale dipende in maniera determinante dal grado di formazione degli
operatori sanitari.
La formazione tecnica e
professionale da un lato, e la formazione umana ed etica dall’altro, devono
camminare parallele nel quadro della formazione permanente. Ci saranno momenti
in cui si dovrà privilegiare il primo aspetto, mentre in altri si dovrà dare
una speciale enfasi al secondo, il tutto a favore di un aggiornamento continuo
delle conoscenze che rendono possibile una corretta assistenza sanitaria
integrale secondo criteri attuali.
Ogni centro deve impegnarsi a promuovere programmi di
formazione a tutti i livelli prevedendo le necessarie risorse economiche nei
preventivi.
Mentre l’attualizzazione delle conoscenze scientifiche e
tecniche non richiederà, in generale, uno sforzo di motivazione eccessivo,
nell’altro caso è necessario una motivazione in più per formarsi nella
filosofia assistenziale e nei criteri carismatici dell’Ordine. Questo tipo di
formazione deve essere occasione per accrescere il senso di appartenenza e uno
strumento per attualizzare i valori che improntano la cultura e l’identità dell’Ordine
e deve esser promossa dalla direzione dei Centri, pienamente integrata nel
piano di formazione del Centro stesso.
E’ importante che una persona,
nella misura del possibile, stia al passo con i programmi e le esperienze che
si stanno realizzando nelle diverse regioni del globo per vedere se si possono
adeguare al proprio luogo e centro. Dato che formatori capaci di comprendere la
problematica sanitaria e di destreggiarsi, allo stesso tempo, con dominio
pedagogico negli ambiti del pensiero contemporaneo filosofico, teologico,
pastorale e spirituale, sono un bene raro, ci si dovrà sforzare di costituire
équipes e di potenziare le qualità di
diversi soggetti in ordine a elaborare un programma comune. Questo
programma dovrà essere realistico, efficace ed efficiente. I comitati di etica
potrebbero espletare perfettamente questa funzione.
Oggi che la Chiesa vive con
particolare forza la necessità del ‘dialogo interreligioso’ affinché, seguendo
il Vaticano II, si “riconoscano, conservino e facciano progredire i valori
spirituali, morali e socioculturali che si trovano in altre religioni per
collaborare alla ricerca di un mondo di pace, libertà, giustizia e valori
morali”(1), appare imprescindibile offrire, oltre alla necessaria
formazione professionale e tecnica, una solida formazione nel carisma
dell’Ordine, in filosofia e teologia, centrata in maniera speciale nella
persona e nel mistero di Gesù Cristo.
Le grandi correnti del pensiero
filosofico(2) e teologico devono fungere da pilastri fondamentali
nella formazione, nella quale il carisma dell’Ordine e la sua profonda
conoscenza devono ispirare gli atteggiamenti e i comportamenti a favore dei
poveri e bisognosi.
In questo modo saremo in grado di
stabilire il quadruplo dialogo necessario in un mondo di pluralismo religioso (3):
·
dialogo di vita, in cui le persone si sforzano di
vivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato condividendo le loro gioie
e sofferenze e problemi e preoccupazioni umane;
·
dialogo d’azione, in cui cristiani ed altri s’impegnano
a collaborare per lo sviluppo integrale e la libertà delle persone;
·
dialogo d’esperienza religiosa, in cui le persone,
radicate nelle proprie tradizioni religiose, condividono le loro ricchezze
spirituali per quanto riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e i
cammini di ricerca di Dio e dell’Assoluto;
·
dialogo d’interscambio teologico, in cui gli esperti si
sforzano di comprendere più profondamente le rispettive eredità religiose
apprezzandone i rispettivi valori spirituali.
6.1.2. I Comitati di Etica quali strumenti di formazione
Anche se questo tema è stato già
trattato nel quinto capitolo del presente documento, vogliamo riproporlo qui
nella prospettiva della ricerca e della formazione.
Nel campo della clinica, la
parola bioetica è correlata al concetto del dialogo interdisciplinare come
metodologia di lavoro e, a partire dal 1978, ai principi comuni della bioetica
contemporanea: autonomia, beneficio/non nocività e giustizia. Questi principi,
basati sul paradigma antropologico del personalismo di ispirazione cristiana,
altro non sono che la traduzione del principio del rispetto per la dignità
della persona, del servizio al bene del paziente integralmente considerato e
della solidarietà.
La necessità di garantire la
protezione dei soggetti umani partecipanti ad una sperimentazione o ad una
ricerca clinica e la rilevanza e correttezza scientifica del protocollo di
ricerca dettero origine all’istituzionalizzazione di comitati appositamente
incaricati di svolgere queste funzioni. Sono i Comitati Etici di Ricerca
Clinica e i Comitati di Bioetica. I termini corrispondenti nella letteratura
americana sono Institutional Review Boards e Institutional Ethics Committee.
Questi ultimi sono denominati anche Clinical Ethics Committees.
I Comitati Etici di Ricerca
Clinica si diversificano per composizione, funzionamento e riconoscimento
legale a seconda dei paesi. In ogni caso devono rispettare e vigilare, affinché
siano messe in pratica le cosiddette Norme della Buona Pratica Clinica. Le
decisioni di questi comitati sono giuridicamente vincolanti. I membri dei
Comitati Etici di Ricerca Clinica devono essere qualificati per esaminare
progetti di ricerca, valutando innanzitutto se si dispongono di sufficienti
dati scientifici, test farmacologici e tossicologici su animali che
garantiscono che i rischi che corrono le persone implicate nella
sperimentazione proposta, siano ammissibili, e che le persone interessate siano
state correttamente informate e partecipino alla sperimentazione liberamente.
Altri aspetti da considerare sono: soppesare se il problema che si intende
indagare sia importante o banale; se il progetto sperimentale proposto sia
adeguato agli obiettivi previsti; se esista un’assicurazione che copre i danni
che come conseguenza della sperimentazione potrebbero derivare per le persone
soggette alla stessa.
Non ci sono dubbi che la
partecipazione a questi comitati riveste un grande valore pedagogico e di
arricchimento. Dove il dialogo bioetico negli ospedali assume in ogni caso una
importante funzione pedagogica, è la discussione di casi concreti nei comitati
di etica assistenziale. Questi comitati, per la loro composizione
interdisciplinare, per la loro metodologia di informazione-formazione, per il
rispetto reciproco, per l’importanza dei casi da discutere, per la necessità di
individuare soluzioni rispetto ai conflitti di valori che si pongono e di
normare, in qualche modo, la condotta in casi simili, sono in se stessi
formativi.
La funzione docente è molto
importante. In primo luogo, “locus” di formazione degli stessi membri del
comitato. Secondaria, ma non meno importante, è la programmazione
dell’insegnamento bioetico nella Provincia, nei Centri, e la sua realizzazione.
Il dialogo interdisciplinare come metodologia di lavoro è necessario. Generalmente,
la presa delle decisioni deve avvenire per consenso etico e non meramente
strategico. I consultori di casi concreti –medici, infermieri, psicologi...-
devono essere membri “ad hoc” nelle deliberazioni del comitato, affinché le
decisioni abbiano la forza del vincolo morale. La composizione dei comitati
potrà variare a seconda del tipo di ospedale o centro residenziale e/o
sociosanitario.
In ultima istanza, i comitati di
etica assistenziale rappresentano qualcosa di antico come la consultazione
collegiale e qualcosa di relativamente recente come il riconoscimento
dell’équipe di salute ed una medicina orientata al paziente considerato come
agente morale autonomo che non perde i suoi diritti per il fatto di essere
ospedalizzato. I comitati che funzionano correttamente possono essere strumenti
efficaci per definire la “lex artis” dell’ospedale con le relative implicazioni
giuridiche.
I comitati devono stabilire qual
è il sistema di valori di riferimento in caso di conflitto: ispirazione
cristiana; diritti umani; codici deontologici professionali in ambito nazionale
o internazionale, ecc. Il comitato di etica assistenziale deve passare l’esame
di coerenza nelle sue decisioni.
E’ imprescindibile assicurare la
funzionalità dei comitati attraverso una serie di misure, tra cui ha una
particolare importanza il comitato per la soluzione di casi urgenti.
A questo punto desideriamo
precisare alcuni aspetti. Riteniamo importante, in primo luogo, analizzare le
premesse necessarie per affrontare correttamente la decisione etica: a) storia
clinica corretta; b) competenza professionale per la discussione scientifica
del caso clinico; c) controllo di qualità.
Stabiliti il problema clinico e
le alternative possibili di trattamento, si passa a considerare le dimensioni
etiche riguardanti i problemi collegati alla qualità di vita, dalla prospettiva
professionale e dalla prospettiva del paziente e della sua famiglia, i cui
sistemi di valori devono essere rispettati. I fattori non clinici, in
particolare quelli economico-sociali, devono trovare una speciale
considerazione in una medicina che vuole essere integrale.
Il consenso da parte di terzi,
per l’incapacità del paziente, presenta problemi di difficile soluzione in
neonatología, psichiatria, pazienti comatosi, disabili mentali ecc. In questi
casi, in cui sovente si può parlare di problematica limite, si rivela in tutta
la sua utilità la funzione dei comitati di etica assistenziale al servizio di
una medicina di qualità scientifico-tecnica ed umana.
La formazione per la soluzione di conflitti nella ricerca
e nella clinica richiede come elementi fondamentali: 1) capacità e competenza
professionale per comprendere il problema posto dalla prospettiva in cui una
persona lavora; 2) aver meditato sul proprio atteggiamento etico ed un minimo
di fondamento razionale dello stesso. A questo proposito si deve distinguere
tra il fatto in se stesso (atteggiamento coerente nella vita tra essere e
agire) e la possibilità di concettualizzazione. Questa dev’essere sorretta da
un programma di formazione in antropologia e etica filosofica e/o teologica. 3)
Metodologia per la soluzione di conflitti in un clima di dialogo che non
escluda il confronto.
Qui facciamo riferimento soltanto
al paragrafo precedente. Non c’è dubbio che i principi bioetici precedentemente
pronunciati sono strumenti pedagogici che si rivelano utili nei dialoghi dei
comitati di etica assistenziale. La soluzione dei problemi può essere
affrontata dal punto di vista della discussione di principi che entrano in
conflitto o della loro gerarchia in un caso concreto (per esempio priorità del
principio di autonomia o del principio di beneficità/giovamento) o dell’analisi
casistica. Consideriamo che questa sia la più adeguata nella discussione di
casi clinici.
6.2. Insegnamento
6.2.1. L’insegnamento,
una costante nell’Ordine
L’insegnamento nell’Ordine
affonda le sue radici nello stesso Fondatore San Giovanni di Dio, che prima di insegnare, si è fatto insegnare
l’arte del guarire a Guadalupe, famosa in tutta Spagna come centro di formazione
dal XV secolo, come dimostra il seguente detto: “Ni que hubieras andado toda tu
vida a la práctica de anatomía en Guadalupe...”(‘Sembra che tu non abbia fatto
altro nella vita che fare pratica di anatomia a Guadalupe’, detto di persona
molto esperta).
“Guadalupe diede a Giovanni di
Dio una visione allo stesso tempo scientifica e caritativa, grazie all’apporto
della “Scuola” di Medicina, la cui qualità trova unanime elogio presso i
ricercatori più recenti… Lì scoprì uno strumentario sconosciuto in tutti gli
altri ospedali spagnoli e le lezioni
teoriche e pratiche impartite ai principianti“ (4).
Il primo seguace di San Giovanni
di Dio, Antón Martín, ebbe una sensibilità speciale per l’insegnamento. Nella
cosiddetta Madrid de los Austrias, intorno al 1553, gli venne l’idea di creare
la “Scuola dei Chirurgi minori” per il suo ospedale dell’ “Amore di Dio”,
progetto che sarebbe poi stato realizzato dal suo successore Pedro Delgado (5).
“Questa Scuola di Chirurgia
raggiunse un gran credito e presto vi accorsero, spinti dal desiderio di
praticare nelle sue cliniche e ricevere insegnamento... persone che volevano acquisire i requisiti necessari per superare
l’esame dinanzi al Tribunale dei Protomedici come chirurgi. L’Hospital de la
Plaza di Antón Martín fu dunque il primo ospedale a Madrid a carattere docente
e con un’organizzazione secondo specialità mediche” (6).
Man mano che l’Ordine si espanse
dapprima in Spagna e poi in Europa e in America Latina, per diffondersi
finalmente in tutti e cinque i continenti,
non abbandonò mai la sua inquietudine per la pedagogia ospedaliera. Il suo
insegnamento avvenne, per dir il vero, prevalentemente più per via verbale che per via scritta, con un linguaggio spiccatamente
pratico ed accessibile a tutti. Inoltre elaborò importanti manuali in differenti specialità.
L’Ordine plasmò questa
inquietudine pedagogica in diverse scuole con differenti livelli formativi che
continua a promuovere e a sostenere.
6.2.2. L’insegnamento, un imperativo nell’attualità
Nel 1956, l’Organizzazione
Mondiale della Salute (OMS) ha definito l’ospedale, tra l’altro, come “centro di formazione del personale
medico sanitario e di ricerca”.
A partire da
questa data, tutti i paesi, nelle loro legislazioni sanitarie, contemplano
l’insegnamento come un imperativo: non esiste modello assistenziale che non gli
dedica ampio spazio. Insegnare ciò che si apprende giorno per giorno nella
pratica e metterlo a disposizione della collettività attraverso i molteplici
mezzi di cui oggi disponiamo, è un compito altrettanto importante come il
curare, prevenire e indagare.
L’insegnamento
si converte ogni giorno dentro le strutture assistenziali in una garanzia di
qualità. Se non siamo capaci di dimostrare alla società quello che facciamo in
forma di insegnamento, non possediamo la vitalità che la collettività s’aspetta
da noi. Da qui l’impegno di contemplare nei preventivi annuali dei Centri una
voce dedicata all’insegnamento e la volontà di concertare con enti pubblici e/o
privati la messa in pratica della “vocazione docente” propria dell’Ordine sin
dalle prime origini.
In vista del
futuro l’insegnamento è una responsabilità di ogni Centro. Un accreditamento
che legittimerà ed avallerà la nostra presenza nella società. Un elemento
basico della qualità assistenziale che richiede impegno. Una missione di
insegnare a tutti a pensare e a agire in maniera nuova per il bene della
persona che soffre.
6.3. Ricerca
6.3.1. Trasmissione dell’ottica dell’Ordine
L’attività assistenziale, tecnica
e scientifica dell’Ordine Ospedaliero ha prodotto lungo gli ultimi cinque
secoli tutt’una serie di validi contributi a favore della salute e della vita.
Lo stesso Giovanni di Dio iniziò la sua “avventura ospedaliera” andando a Baeza
e a Guadalupe per formarsi, consigliato dal maestro Giovanni d’Avila. Sono
oramai diversi gli autori che sostengono che il padre maestro, noto per la sua
curiosità scientifica e sicuramente a conoscenza dell’alta qualità degli
ospedali gestiti a Guadalupe dai frati di San Girolamo, vi abbia inviato
Giovanni di Dio come pellegrino e apprendista ospedaliero per conoscere come
funziona un ospedale (7). Di ritorno a Granada, ha poi messo in
pratica il suo progetto di servizio agli infermi. In considerazione del suo
alto contributo all’assistenza – organizzazione di due ospedali con metodi
molto avanzati rispetto all’epoca - la storia lo riconosce difatti come
Fondatore dell’ospedale moderno.
Durante il processo d’espansione
dell’eredità dinamica di San Giovanni di Dio attraverso il tempo e lo spazio, i
Fatebenefratelli e i loro collaboratori hanno perfezionato i suoi metodi,
accumulando esperienze ed aumentando le loro conoscenze. “In termini generali
si può dire che l’evoluzione dell’Ordine ha rispecchiato l’evoluzione della
psichiatria e della neurologia”(8).
Sono stati i Fatebenefratelli a
creare il primo ospedale per epilettici in Europa (9). Inoltre, già
nei primi ospedali, integrarono l’attività di cura con attività di formazione:
difatti già dal XVI secolo si ha notizia delle prime scuole per chirurgi installate
negli ospedali dell’Ordine (10). A queste vanno aggiunte scuole di
chimica, farmacia, medicina ed infermeria, di cui alcune create in epoca più
recente e tuttora in funzione.
D’altro canto, ci sono stati
religiosi Fatebenefratelli noti e meno noti che si sono distinti come medici,
chirurgi, dentisti ed infermieri. Alcuni di loro sono stati veri esempi di come
integrare col massimo profitto carisma dell’ospitalità e spirito scientifico e
investigativo. (11)
L’Ordine Ospedaliero è
un’istituzione con secoli di presenza nel mondo della salute e dei servizi
sociali; per questo può e deve sostenere l’impegno continuo di migliorare
l’assistenza attraverso la promozione della ricerca. Senza rinunciare ad alcun
campo della ricerca, le aree più specifiche da promuovere dovrebbero essere
l’assistenza integrale, l’umanizzazione, la bioetica nei suoi risvolti clinici,
epidemiologici, gestionali e formativi, tanto nella medicina come
nell’infermeria, la pastorale, il dialogo interreligioso nella predisposizione
di servizi per i poveri e i bisognosi, i valori dell’istituzione in generale,
ecc.
L’approfondimento creativo di
questo documento, la qualità delle risorse umane di cui si dispone nei diversi
centri e la motivazione dei collaboratori a potenziare la dimensione innovativa
dell’Ordine Ospedaliero che è stato sempre un suo segno caratteristico,
determineranno le linee di lavoro più opportune per giungere ad una proficua
collaborazione in questo campo.
6.3.2. Promozione della ricerca in vista del terzo millennio
Il costante progresso della
scienza e l’impegno degli operatori della salute, non solo nell’attività
propriamente assistenziale, ma anche in quella di carattere sperimentale,
rendono indispensabile oggi un’adeguata promozione della ricerca. Non c’è progresso della medicina che non sia stato preceduto
da un’adeguata e notevole attività di ricerca (teorica, di laboratorio, su
animali e sull’uomo). Pertanto, l’assistenza integrale al malato e bisognoso
passa necessariamente attraverso queste fasi preliminari.
Anche se tradizionalmente
l’attività dell’Ordine mirava prevalentemente all’assistenza diretta ai malati
e bisognosi, di fronte ai nuovi sviluppi sociali e sanitari, la ricerca si
presenta oggi come una premessa indispensabile che non ha bisogno di “altri”
professionisti, ma che rientra a pieno titolo nelle attività che possono essere
realizzate e promosse nei nostri centri.
Questo è già una realtà da
diversi anni all’interno dell’Ordine con grande beneficio per i malati e grande
gratificazione per i collaboratori, pienamente inseriti nei circuiti della
ricerca internazionale e pertanto partecipi di quel “progresso della salute” a
cui tutta la comunità scientifica è interessata.
I mezzi principali per realizzare
tale attività saranno: la sperimentazione clinica, le convenzioni con istituti
di ricerca, la partecipazione a programmi internazionali di ricerca, la
specifica ed esclusiva qualificazione di alcuni collaboratori in questo
settore.
Per una promozione più proficua
della ricerca, si potranno costituire inoltre associazioni che abbiano come
obiettivo fare ricerca in maniera più organica, coordinata e interdisciplinare,
anche col contributo di professionisti qualificati “esterni” allo stesso
centro.
Un particolare problema riguarda
la destinazione dei mezzi finanziari. Non si tratta di risorse “sottratte” al
malato, ma al contrario, impiegati per una sua migliore cura, anche quando non
si vede immediatamente il “ritorno”, dato che a volte in un primo momento
sembra che le risorse impiegate non abbiano dato i risultati sperati.
Proprio per questo l’Ordine non
solo apprezza e favorisce la ricerca sperimentale nei suoi centri, ma si fa
anche promotore della stessa di fronte agli enti che legittimamente la
perseguono come campo istituzionale proprio. Di ciò si dovrà tener conto,
sempre che la tipologia di un determinato Centro lo permetta, anche nel momento
di stipulare le rispettive convenzioni con i governi che destinano alla ricerca
una parte dei fondi (anche se modesta) dei propri preventivi.
Per la riflessione:
1) Quali
sono i programmi di formazione, insegnamento e ricerca che esistono nel suo
Centro o nella sua Provincia? Dai una valutazione della messa in pratica e
della loro efficacia.
2) Quali
dovrebbero essere le priorità per l’Ordine in questo campo?
·
nella formazione
·
nell’insegnamento
·
nella ricerca
___________________________________
NOTE DEL SESTO CAPITOLO
(1) Concilio Vaticano II, Nostra Aetate, 2 s.
(2) Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Fede e Ragione, 1999, Capitolo 1.
(3) Consiglio Pontificio per il dialogo
interreligioso e Congregazione per la Evangelizzazione dei popoli: Dialogo e Annuncio, BCDR (1991),
210-250.
(4) JAVIERRE,
José María Juan de Dios, loco en Granada,
Sígueme, Salamanca, 1996.
(5) PLUMED
MORENO, C. “Jornadas Internacionales de Enfermería” San Juan de Dios. 1992.
(6) ALVAREZ
SIERRA, José Antón Martín y el Madrid de los Austrias, 1961.
(7) JAVIERRE, Ibid., p. 413.
(8) RUMBAUT, Ruben D. John
of God: his place in the history of Psychiatry and Medicine, 1978, edizione
bilingue (Ing/Spa), p. 115.
(9) ALVAREZ SIERRA, José Influencia de San Juan de Dios y de su Orden
en el progreso de la Medicina y de la Cirugía, Talleres Arges, Madrid,
1950, p. 148.
(10) RUSSOTTO, Gabriele OH. San
Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedaliero, Roma 1969, volume secondo, p.
124.
(11) Nella succitata opera di P.
Gabriele Russotto ci sono 73 pagine dedicate a Fatebenefratelli distintisi nei
diversi campi della medicina. Le figure più conosciute tra i Medici
e Chirurgi sono: Fra Gabriele Ferrara (Italia), Fra Alonso Pabón (Spagna),
Fra Bernardo Fyrtram (Austria), Fra José Lopez de la Madera (Spagna), P.
Costantino Scholz (Silesia, Austria), Fra Ambrosio Guivebille (Austria), P.
Lázaro Nobel (Germania), Fra Matías del Carmen Verdugo (Cile), Fra Miguel Isla
(Colombia), P. Probo Martini (Germania, Cechia, Silesia), P. Bertrando Schroder
(Austria), P. Norberto Boccius (Ungheria, Cechia), P. Manuel Chaparro (Cile),
P. Ludovico Perzima (Polonia), Fra Eliseo Talochon (Francia), P. Odilone Wolf
(Cechia), Fra Justo Sarmiento (America), P. Fausto Gradischeg (Austria), P.
Giovanni Luigi Portalupi (Italia), P. Benedetto Nappi (Italia), P. Celestino
Opitz (Cechia), P. Prosdocimo Salerio (Italia), P. Celso Broglio (Italia), P.
Juan de Dios Sobel (Silesia), P. Francisco de Sales Whitaker (Irlanda e
Inghilterra). La lista termina con San Riccardo Pampuri.
Tra i Farmacisti e i Botanici
più famosi della storia dell’Ordine ricordiamo: P. Augustin Stromayer (Cechia),
P. Innocenzo Monguzzi (Italia), P. Ottavio Ferrario (Italia), P. Gallicano Bertazzi
(Italia), P. Anastasio Pellicia (Italia) e P. Antonio Mattia dell'Orto
(Italia).
Tra i Dentisti, i più famosi
sono due: Fra Giovanni di Dio Pelizzoni (Italia) e P. Giovan Battista Orsenigo
(Italia) che fu molto conosciuto a Roma.
In Colombia, Fra Miguel de Isla
(XVIII secolo) fu medico, cattedratico di medicina e riformatore della Facoltà
di Medicina dell’Università del Rosario. In Cile, Fra Manuel Chaparro
introdusse il metodo dell’inoculazione (vaccino) –mai utilizzato prima e
perfino sconosciuto in Europa- per domare una devastante epidemia di vaiolo che
imperversava dal 1765 al 1772.
Da ricordare infine che nel 1821
il farmacista Fra Ottavio Ferrario scoprì il Iodoformio, anche se il merito fu
attribuito a un francese che fece la stessa scoperta nello stesso anno. Sempre
Fra Ferrario fu la prima persona in Italia ad estrarre nel 1822 chinina,
isolando le costituenti attive della china.
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